Interviste
Intervista a Szymon Kudrański
L’artista e autore di opere come Something Epic, No Man’s Land e Blood Commandment parla del suo processo creativo e della sua passione per la pop culture
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1 giorno agoil
Qualche giorno fa ho finalmente recuperato il primo volume di Something Epic, scritto da Szymon Kudrański e pubblicato in Italia da Mirage Comics.
Sono rimasto sinceramente affascinato dall’intensità con cui Kudrański esplora l’immaginazione, il mondo onirico e il legame profondo tra questi elementi e l’essere creativo. Ne ho anche scritto una recensione senza spoiler, disponibile qui.
Il primo volume di Something Epic è stata una lettura che, mi ha suscitato diverse domande – domande che avrei voluto porre direttamente all’autore.
E così, eccoci qui.
Rossano D’Angelo: Ciao Szymon, e benvenuto su Popcornerd. Siamo davvero felici di averti con noi.
Szymon Kudrański: Il piacere è tutto mio!
Per i lettori che scoprono il tuo lavoro per la prima volta, come ti presenteresti? Cosa definisce oggi la voce di Szymon Kudrański nel mondo del fumetto?
Indipendenza!
Possiamo tornare agli inizi del tuo percorso? Cosa ti ha avvicinato al fumetto e quali sono stati i momenti o le influenze chiave che ti hanno convinto a intraprendere questa strada a livello professionale?
Ho sempre creato – che si trattasse di disegno, pittura, scultura, scrittura, fotografia o animazione. A prescindere dal mezzo, ho sempre sentito una sorta di richiamo verso la creatività. Scegliere il fumetto è stato del tutto naturale per me: è diventato il modo perfetto per esprimermi come artista.
Nei tuoi lavori più recenti ricopri un doppio ruolo, come sceneggiatore e disegnatore. Quando inizi un nuovo progetto, da dove parti di solito: da un’immagine, da un’atmosfera o da un’idea narrativa? E in che modo queste due anime “dialogano” tra loro durante il processo creativo?
Tutto parte da un’idea. E quell’idea nasce sempre dall’immaginazione visiva. È stato così per tutti i miei lavori da solista. Conosci la frase del Nuovo Testamento: “In principio era il Verbo”? Per me è diverso: tutto comincia da un’emozione e da un’immagine, nello stesso momento.
Poi, in una frazione di secondo, nasce l’idea insieme alla sua premessa. Se è abbastanza forte, la metto per iscritto. Da lì, la mia immaginazione prende il sopravvento e inizia a costruire la storia quasi da sola. È come guardare un film o assistere a un evento dal vivo che si sviluppa davanti ai tuoi occhi.
Prendo appunti, realizzo alcune immagini chiave… e se continuo a esserne affascinato, vado avanti. Costruisco una struttura completa, poi una sinossi, creo altro materiale visivo e infine scrivo la sceneggiatura.
A quel punto inizio a lavorare alle tavole definitive. E anche quando tutto è “finito”, continuo a fare aggiustamenti: alcune scene, dialoghi o parti di narrazione non funzionano perfettamente insieme, quindi riscrivo. È un processo creativo continuo.
Non porto avanti nessun progetto se la premessa non mi incuriosisce davvero e se non sento che valga la pena dedicarci i prossimi anni della mia vita.
Parliamo di Something Epic, pubblicato da Image Comics. Il primo volume – che raccoglie i primi sette capitoli – ci introduce a Danny Dillon, un ragazzo di 14 anni che scopre di essere un Epic, ovvero un essere capace di attraversare il mondo dell’immaginazione e interagire con esso. Per come è raccontata, attraverso gli occhi di Danny, la storia risulta estremamente personale, quasi introspettiva. Senza entrare in aspetti che preferisci mantenere privati, quanto delle tue esperienze o del tuo vissuto emotivo ha influenzato la storia di Danny Dillon?
Certo, è una storia personale. L’ho creata, scritta e disegnata io stesso: è impossibile affrontare un progetto del genere senza metterci dentro una parte di sé.
Non si tratta tanto di raccontare una storia in senso letterale, quanto di catturare delle emozioni – quasi come scattarne un’istantanea – e dare un ordine a qualcosa che altrimenti sarebbe puro caos. A dirla tutta, potrebbe essere il mio modo di elaborarle… o persino di controllarle, in un certo senso, lasciandole fluire attraverso di me. E non c’è modo migliore di farlo se non attraverso la creazione artistica.
C’è molto simbolismo, molte metafore. Non voglio dire al lettore cosa dovrebbe provare: voglio che viva l’esperienza a modo suo, che trovi il proprio significato. Due persone possono osservare la stessa cosa, attraversare la stessa situazione, e uscirne con esperienze emotive completamente diverse.
L’unica cosa che non cambia… è lo spazio in cui tutto questo avviene: la nostra immaginazione.
E onestamente, hai colto perfettamente il punto: paesaggio emotivo, profondamente personale, introspettivo. Dopo l’uscita del libro, mi sono reso conto di quanti lettori siano riusciti a entrarci in sintonia – non solo a livello intellettuale, ma soprattutto emotivo… arrivando a sentire davvero ciò che prova Dan.
È qualcosa a cui tengo molto in Something Epic: la capacità di connettersi con le persone su livelli diversi.
Ed è esattamente ciò che dovrebbe fare la vera arte.
Una cosa difficile da non notare è quanto Something Epic sia pieno di riferimenti alla pop culture – dalle evidenti citazioni ai supereroi mainstream fino a manga, anime, film e videogiochi. Quanto ti sei divertito a lavorare su queste sequenze e quali limiti o vincoli hai dovuto rispettare nel disegnare e inserire questi riferimenti?
Credo che sia stata in realtà una scelta creativa piuttosto semplice – e si collega direttamente alla domanda precedente. Sono i simboli con cui siamo cresciuti tutti: supereroi, personaggi animati, horror, tutto questo universo.
Se fossimo cresciuti nella stessa casa, nella stessa città, nello stesso Paese, probabilmente userei simboli e metafore completamente diversi. Ma la pop culture, e più in generale il mezzo creativo… è come un Paese senza governo. Cittadini senza passaporto. Ne facciamo tutti parte, in un modo o nell’altro. Quindi usare elementi che il pubblico riconosce già rende semplicemente più facile creare una connessione con il lettore.
E, sinceramente, mi sono divertito moltissimo a lavorare su quelle sequenze. Passare da uno stile all’altro, muovermi tra linguaggi visivi diversi: realismo europeo, fumetto supereroistico americano, manga giapponese, animazione, perfino disegno più “fine art”. Ha dato al libro molta intensità e dinamismo.
Questa è la mia dimensione creativa.

Something Epic #1
Restando su questo tema, ho notato che tendi spesso a incorporare omaggi cinematografici nelle tue opere. Le singole uscite di Something Epic, ad esempio, includono variant cover che rendono omaggio a film iconici – una che mi ha colpito particolarmente è quella ispirata a Ritorno al Futuro. Hai portato un approccio simile anche in No Man’s Land. È stata una tua scelta creativa fin dall’inizio o c’è un’idea più ampia dietro questo uso ricorrente di riferimenti cinematografici?
Quando lavoravo su Spawn con Todd McFarlane, lui iniziò a realizzare alcune cover omaggio ad altri fumetti molto noti. Ricordo di aver pensato che fosse una grande idea. Io ho moltissimi film che amo, e realizzare omaggi a quei titoli poteva anche dare ai lettori un indizio sottile sul tono e sull’atmosfera della storia.
Il mio preferito è stato l’omaggio a Terminator 2.

Something Epic #1 Terminator 2 homage
Non ho ancora avuto modo di leggere Something Epic Vol. 2, ma dopo l’esperienza con il primo volume le aspettative sono piuttosto alte. Cosa possono aspettarsi i lettori da questo nuovo capitolo e in che modo si collega a quanto introdotto nel Volume 1?
Certo! È un nuovo insieme di personaggi: una Epic donna e un’anatra antropomorfa che risolvono casi all’interno dell’immaginazione, muovendosi attraverso mondi ispirati a leggende, divinità e personaggi letterari molto conosciuti.
Sherlock Holmes viene trovato morto. Zeus è scomparso dall’Olimpo. Questa volta attingo a tutto ciò che il mondo dell’immaginazione ha da offrire.
Ma alla fine tutto è collegato alla storia di Dan. Tutto è connesso.
Ed è ancora una storia personale, piena di simbolismo e metafore.
Parliamo di No Man’s Land. Opera su una frequenza emotiva molto diversa – più oscura, più realistica, politica e in alcuni momenti anche più brutale. Qual era l’idea centrale o la sensazione che volevi esplorare con questa storia?
Parla dell’ignoranza che tutti noi sperimentiamo nei confronti di istituzioni senza anima – sistemi di potere che proteggono sé stessi invece di dare valore alla vita umana.
Due isole: le Diomede. Una appartiene agli Stati Uniti, l’altra alla Russia. Per tre mesi l’anno si può camminare da un Paese all’altro attraversando un ponte di ghiaccio lungo due miglia che collega due mondi.
Proprio nel mezzo di quel ponte viene trovato il corpo di una giovane donna. La tensione tra i due imperi è così alta che nessuna delle due parti vuole rivendicare la giurisdizione, temendo di provocare l’altra.
Così, in modo non ufficiale, un agente dell’FBI e un agente del KGB vengono inviati a indagare… in terra di nessuno.
È una storia cupa che riflette qualcosa di più profondo: che ognuno di noi è stato, o sarà, nella propria “terra di nessuno”… da solo, senza che nessuno arrivi ad aiutarci.

No Man’s Land #1
Com’è il prossimo il futuro di Szymon Kudrański? C’è qualcosa che puoi anticiparci sui tuoi prossimi progetti?
Come sempre – da quando sono nato… creare!
Sto ampliando il mio imprint da solista presso Image Comics, One Man Art:
- Something Epic Vol. 1, Vol. 2, Vol. 3 (in arrivo)
- Blood Commandment – disponibile ora
- No Man’s Land – TPB in uscita questo mese
E c’è un nuovo titolo previsto per il 2027.
Quando non lavori, a cosa ti dedichi? Quali sono le tue passioni al di fuori del disegno e della scrittura? Sappiamo già che ami il cinema e il rewatch dei grandi classici, oltre ai videogiochi – c’è qualcos’altro che potrebbe sorprendere i lettori?
Stare con la mia famiglia – tutto qui.
Ti ringraziamo ancora per il tuo tempo e la tua disponibilità: è stato un vero piacere averti su Popcornerd e speriamo di riaverti presto con noi.
Grazie a voi per l’invito!
Cogliamo l’occasione per ringraziare di nuovo Szymon per la sua disponibilità e per fargli ulteriori complimenti in quanto la sua opera No Man’s Land diventerà un film! Congratulazioni, davvero.
Se volete seguire il lavoro di Szymon, lo trovate su Instagram e sul sito di One Man Art Comics. Il primo volume di Something Epic in italiano è disponibile sul sito di Mirage Comics.
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Fumetti
Comics Legends: Intervista a Patrick Olliffe, narratore visivo di Spider-Man e Spider-Girl
Su Comics Legends un artista capace di raccontare con i suoi disegni il passato e il futuro di Spider-Man: il grandissimo Patrick Olliffe
Pubblicato
2 settimane agoil
2 Aprile 2026Da
Doc. G
Avete presente la sensazione che si prova quando si riascolta, dopo tanto tempo, il proprio CD preferito (o la propria playlist, se siete più giovani)? Ecco, a me succede la stessa cosa quando ammiro l’arte di Patrick ‘Pat’ Olliffe.
Il suo stile, tendente al classico, è sempre un piacere da osservare e, in maniera del tutto naturale, il mio pensiero va ai suoi grandi lavori realizzati per Untold Tales of Spider-Man (conosciuto in Italia come Le storie mai narrate di Spider-Man) e Spider-Girl.
È incredibile come il suo tratto sia l’unico che riesco a immaginare perfettamente in sintonia con quelle storie, se ripenso alle atmosfere, ai personaggi protagonisti e alle sue versioni di Spider-Man e Spider-Girl che coglievano entrambi lo spirito genuino del Tessiragnatele nato dalla mente di Stan Lee e Steve Ditko.
Probabilmente, senza le sue matite, non sarei qui a parlare di racconti che mi sono entrati nel cuore e che hanno segnato gran parte della mia adolescenza, quando venivano pubblicati in Italia sulla rivista antologica Wiz (Untold Tales of Spider-Man) e sulla serie ammiraglia dell’Uomo Ragno (Spider-Girl). Erano storie che leggevo con piacere e serenità, che attendevo con ansia e che mi hanno definitivamente convinto che Spider-Man era (ed è ancora oggi) il mio supereroe Marvel preferito. E questo è anche merito di Pat.
Pat Olliffe ha lavorato anche su altri progetti, non solo per la Casa delle Idee, e nuovi lavori sono in arrivo, come scoprirete nell’intervista che segue. Per me, però, è una vera e propria “leggenda dei comics” per il contributo artistico dato ai titoli Marvel legati all’universo di Spider-Man.
La chiacchierata con lui è stata tanto emozionante, quanto divertente e davvero piacevole e per me è stato un onore parlare con uno degli artisti che considero, più che mai, una leggenda del fumetto. E ora direi di lasciare spazio alle sue parole!
Pat Olliffe: l’artista che ha ridefinito il passato e il futuro di Spider-Man
Grazie mille, Pat Olliffe, per essere su PopCorNerd. Per me è un grandissimo onore averti come ospite, in quanto ti considero uno degli artisti che mi hanno fatto sognare con Spider-Man. Quindi, vorrei iniziare dal tuo arrivo alla Marvel, che, da quanto so, è avvenuto anche grazie all’aiuto di un altro artista e tuo amico, Ron Frenz. Puoi raccontarci come è andata?
Pat Olliffe – Certo. Conoscevo già Ron, viviamo entrambi a Pittsburgh, e l’avevo incontrato prima che andassi alla scuola d’arte. Credo fosse al liceo: avevo iniziato a fare qualche lavoro per una società locale di animazione, piccole cose qua e là. Lui lavorava per un’altra azienda locale di animazione, e gli mostrai alcuni dei miei lavori. Mi incoraggiò molto.
Sapevo che aveva frequentato l’Art Institute of Pittsburgh, insieme ad altri ragazzi che poi hanno avuto una buona carriera. Così decisi di provarci anch’io. Siamo rimasti in contatto e periodicamente gli mostravo i miei lavori mentre crescevo artisticamente e andavo avanti con gli studi. È sempre stato molto disponibile, dandomi consigli e idee.
Quando mi sono diplomato, ho realizzato delle tavole di prova, come facevano tutti; all’epoca non c’era internet. Le ho inviate alla Marvel, alla DC e ad altri editori, ricevendo lettere di rifiuto. Però le avevo mostrate anche a Ron, e in quel periodo lui lavorava su Thor.
I miei lavori rimasero un po’ “in attesa”. Poi, a un certo punto, c’era bisogno di una storia di backup in Thor: Tales of Asgard. È stato suggerito che potessi occuparmene io. A quel punto avevo già lavorato su piccoli progetti per case editrici in bianco e nero, ma Tales of Asgard fu il mio primo lavoro per la Marvel. Ovviamente, questo è avvenuto grazie alla raccomandazione di Ron.
Il lavoro è piaciuto abbastanza da permettermi di farne altri: ho realizzato altre storie e qualche fill-in su Thor. Una volta che inizi a lavorare per la Marvel, se il tuo lavoro piace, se sei professionale, facile da gestire e rispetti le scadenze, è tutto un crescendo.
Dopo Thor, credo di aver fatto Nomad, che è stato il mio primo incarico regolare alla Marvel. Da lì, tutto ha continuato a svilupparsi.

The Mighty Thor #437 albo che contiene la storia di Pat Olliffe di Tales of Asgard.. il suo primo lavoro in Marvel!
Come si è formato invece il “dream team” con Tom DeFalco e Ron Frenz? Avete lavorato insieme su diversi progetti e siete anche grandi amici?
Pat Olliffe – Sì, sì. Quando ho iniziato a lavorare alla Marvel, su serie come Thor, Tom era lo sceneggiatore. Così abbiamo iniziato a costruire il nostro rapporto. Direi che andavamo tutti molto d’accordo.
In particolare, io, Ron e Tom DeFalco avevamo una visione molto simile della narrazione, soprattutto quella supereroistica. C’è stata quindi subito una connessione nel modo in cui vedevamo lo storytelling e questo genere di fumetti.
Questo ci ha aiutato a legarci. Poi io e Tom abbiamo lavorato insieme a una miniserie, Thor Corps, che lui ha scritto. Credo sia stato il nostro primo vero progetto insieme, non una storia di backup o qualcosa del genere, ed è stata una bella occasione per collaborare a un progetto completo.
E naturalmente Ron [Frenz] e Tom sono molto legati, come sai. A un certo punto ho anche condiviso uno studio con Ron, quindi abbiamo lavorato nello stesso ufficio per parecchio tempo.
Quando penso a Pat Olliffe, la prima cosa che mi viene in mente è Untold Tales of Spider-Man insieme a Kurt Busiek. Com’ è nato quel progetto? Ed è stato difficile inserire ogni storia tra i classici numeri di Lee e Ditko senza creare errori di continuity?
Pat Olliffe – Beh, come è nato… avevo realizzato alcune illustrazioni per carte collezionabili per Marvel all’epoca, e una di queste era proprio una carta di Spider-Man. È capitato che l’editor di quel progetto fosse anche l’editor di Untold Tales of Spider-Man, e vide i miei lavori. Stavano cercando un artista per la serie, quindi mi chiese se fossi interessato. Io fui felicissimo.
Pensavo fosse un progetto fantastico, quindi ero molto entusiasta. Ricordo di aver fatto una sorta di tavola di prova, per mostrare come avrei gestito il personaggio. Gli piacque abbastanza da affidarmi il lavoro. Ero davvero molto contento di averlo ottenuto.
Per quanto riguarda il cercare di unire lo stile di Lee e Ditko con qualcosa che non fosse troppo Ditko, perché volevamo comunque tener conto anche di un pubblico moderno, quello che ho fatto è stato cercare di usare l’influenza di Ditko dove possibile.
Naturalmente ho anche il mio stile e le mie idee, che emergono comunque. Ho guardato anche ad altri artisti di Spider-Man che mi avevano influenzato. Rick Leonardi, ad esempio, è stato molto importante per il modo in cui ho gestito il personaggio. Quindi è stato un mettere insieme diverse influenze per arrivare a qualcosa che potesse funzionare per questo progetto.
Per quanto riguarda la continuity, Kurt ha fatto un lavoro meraviglioso con le storie, intrecciandole perfettamente con quelle di Lee e Ditko. È stato molto utile avere sempre dei riferimenti: mi assicuravo di avere sotto mano i numeri originali in cui dovevamo inserire le nostre storie.
Avevo sempre quei numeri con me, così da assicurarmi che gli ambienti fossero coerenti e i personaggi vestiti allo stesso modo; J. Jonah Jameson, il Bugle, la casa di Peter, zia May. Finché avevo il riferimento originale di Ditko, sapevo che, anche aggiungendo qualche tocco personale, stavo comunque rispettando l’aspetto visivo della serie, ed era fondamentale.
Per me questa è come la risposta Marvel a Batman: Year One. Quasi da considerare… uno Spider-Man: Year One! Che dici?
Pat Olliffe – Sì. Esatto.
Secondo me, il più grande punto di forza di Untold Tales of Spider-Man è stato ricreare l’atmosfera scolastica e da soap opera tipica delle storie di Stan Lee e Steve Ditko su Amazing Spider-Man. Come artista, quanto è stato difficile catturare quelle atmosfere adattandole al tuo stile, considerando che il tuo Spider-Man è molto più dinamico rispetto alla versione classica di Ditko?
Pat Olliffe – Credo che ci fosse un equilibrio da trovare. Sapevamo che le storie erano molto nostalgiche e che avrebbero avuto un pubblico specifico, persone in cerca proprio di quel tipo di racconti.
Ma allo stesso tempo sapevamo di dover esistere in un mercato più moderno. Non volevamo che il pubblico fosse composto solo da chi conosceva lo Spider-Man di Lee e Ditko. Quindi volevamo mantenere quel tipo di narrazione, ma renderla anche adatta al periodo in cui veniva pubblicata.
Parte del motivo per cui ho ottenuto il lavoro è che il mio modo naturale di raccontare e disegnare non è così distante dallo storytelling classico Marvel. Quindi ero già una buona scelta per il progetto.
Poi è successo che alcune persone hanno notato che quando disegno Spider-Man, le ragnatele non sono quelle classiche di Ditko, ma quelle alla McFarlane…
Sì, esatto!
Pat Olliffe – Anche cose come il layout delle tavole erano più dinamiche, per adattarsi a un pubblico moderno. Ci sono quindi piccoli elementi con cui ho cercato di modernizzare, mantenendo però un legame con Lee e Ditko, e allo stesso tempo rendendo il tutto visivamente interessante per i lettori contemporanei.

Commission di Olliffe che dimostra come le sue ragnatele di Spider-Man sono molto simili a quelle di McFarlane!
Tra i nuovi comprimari introdotti in Untold Tales, c’erano Sally Avril e Jason Ionello, compagni di liceo di Peter, entrambi personaggi molto ben sviluppati e centrali in una storyline particolarmente drammatica. Come hai affrontato visivamente quella parte della serie per trasmettere il peso emotivo di quel momento tragico, soprattutto per Jason?
Pat Olliffe – Credo che tutto parta dalla storia. Le sceneggiature di Kurt avevano già tutti i momenti emotivi necessari per renderli visivamente.
Quella è stata sicuramente una delle storie più intense emotivamente. Il personaggio di Sally si era sviluppato nel tempo. Anche Jason, ovviamente, ma soprattutto Sally aveva avuto un’evoluzione molto specifica, per poi arrivare a quel finale tragico, con Jason che si sente responsabile.
Lui sparisce per qualche numero, e poi torna. E il modo in cui interagisce con gli altri studenti dopo quell’evento… molto era già nella sceneggiatura. Ma io ho cercato di usare ombre e inquadrature per enfatizzare l’emozione.
Nel numero successivo alla morte di Sally, ad esempio, c’è una splash page con Spider-Man su un muro e un’ombra molto lunga. Volevo mantenere quell’atmosfera più cupa e malinconica. Quindi ho lavorato molto con ombre e angolazioni.
Questo è il secondo momento tragico per Peter dopo la morte di zio Ben?
Pat Olliffe – Sì, esatto. Volevo assolutamente rendere chiaro quel parallelo. E ancora una volta, la sceneggiatura di Kurt ha reso tutto più semplice.
Untold Tales of Spider-Man si è concluso con il numero 25. Il finale era pianificato fin dall’inizio oppure ci sono state altre ragioni dietro la chiusura della serie?
Pat Olliffe – No, non era pianificato dall’inizio. Allora, da quello che ho capito, il fumetto faceva parte di una linea a 99 centesimi. Quindi costava meno rispetto alle serie regolari da edicola dell’epoca.
Perché una serie così economica possa essere sostenibile nel lungo periodo, deve avere vendite abbastanza alte da generare profitto. Alla fine è pur sempre un business. Quindi credo che siano successe un paio di cose: le vendite non hanno raggiunto il livello necessario per rendere sostenibile un fumetto a 99 centesimi.
E poi, dopo due anni, penso che Kurt avesse già raccontato le storie che voleva raccontare. Aveva esplorato quell’universo e poi era pronto a passare ad altri progetti ed infatti è passato a Iron Man.
C’è stata anche una breve discussione sull’idea di continuare con un altro sceneggiatore, mentre io sarei rimasto sulla serie. Ma credo che la decisione finale sia stata che, anche volendo continuare, il prezzo di 99 centesimi rendeva difficile sostenere la serie nel lungo periodo. Quindi ci sono state diverse ragioni per cui la serie si è conclusa.
Hai avuto due grandi esperienze nell’universo di Spider-Man, e ora è il momento di parlare di Spider-Girl. L’anno scorso ho intervistato Tom DeFalco per un’altra testata, e mi ha detto che tu, lui e Ron Frenz avete adorato lavorare su Spider-Girl. Che vi siete divertiti molto ed è stato un lavoro fatto con molta passione. È stato lo stesso anche per te?
Pat Olliffe – Sì, assolutamente. Sono stato molto fortunato a ottenere quel progetto. Tom e Ron avevano introdotto il personaggio in What If? #105, e aveva attirato l’attenzione in Marvel, tanto da decidere di farne una serie e di espandere l’universo MC2.
All’inizio pensavo che avrei lavorato su A-Next, perché ho sempre voluto disegnare gli Avengers e non ne avevo ancora avuto l’occasione. E pensavo che Ron avrebbe continuato su Spider-Girl, visto che l’aveva creata.
Ma Ron voleva passare a lavorare su Thunderstrike, un suo personaggio, che sarebbe apparso in A-Next. E dato il mio legame con Spider-Man, offrirono a me Spider-Girl, e ne fui felicissimo. È stato un passaggio molto naturale.
Non solo è un grande personaggio e un’ottima idea, ma io e Tom avevamo già lavorato insieme e abbiamo un modo molto simile di raccontare. È stato tutto molto naturale, come una collaborazione perfetta fin dal primo numero. E mi è piaciuto tantissimo.
E poi la cosa incredibile è stata la reazione dei fan. Il fumetto non aveva vendite straordinarie, e Marvel guardava molto ai numeri. Avevano delle metriche per decidere quando cancellare una serie.
Ma noi non siamo mai arrivati a quel punto, perché ogni volta che si parlava di cancellazione, i fan scrivevano, si facevano sentire, e continuavano a salvare la serie. Io e Tom eravamo felicissimi di poter continuare. Ho davvero amato quel progetto.
Per me Spider-Girl è uno dei quattro grandi personaggi con poteri del ragno. Oggi ce ne sono tantissimi, ma per me i migliori restano Peter Parker, Mayday Parker, Miles Morales e Miguel O’Hara. Per me sono loro i quattro principali Spider-eroi. Gli altri… beh, ormai ce ne sono davvero tanti.
Dunque, tu non sei stato il creatore di Spider-Girl, ma il tuo contributo alla serie è stato, secondo me, fondamentale. Le tue matite sono state uno dei fattori chiave che hanno permesso al titolo di raggiungere il traguardo dei 100 numeri. La serie ha introdotto molti nuovi personaggi che hanno ampliato l’universo MC2. A quale hai contribuito di più, dal punto di vista creativo, soprattutto in termini di design? E, al di là di Spider-Girl, quale personaggio ti è piaciuto di più disegnare? Il mio preferito era Darkdevil.
Pat Olliffe – Oh Darkdevil ha un design fantastico. Vorrei poter prendermene il merito, ma in realtà è stato progettato da un altro disegnatore che era un amico di Ron. Ha proposto l’idea ed era così valida che ovviamente abbiamo deciso di usarla.
Quindi, sai, c’erano sicuramente personaggi sviluppati da Ron, ma ce ne sono stati anche altri che ho sviluppato io. Personalmente mi è piaciuto disegnarne molti, ma dal punto di vista del design il villain Crazy Eight, con la gigantesca palla da biliardo numero otto e il costume completamente nero, è quello che mi ha colpito di più. Quel design ha funzionato subito per me e ne sono stato molto soddisfatto.
Era divertente da disegnare. Quindi, tra i personaggi che ho progettato, direi che è stato probabilmente il mio preferito. È stato uno di quei momenti in cui disegni un personaggio e pensi: “Oddio, forse so quello che sto facendo”. Quindi sì, è stato probabilmente il mio design preferito.
Quando l’universo MC2 si è concluso, è nato l’Ultimate Universe. Secondo te l’MC2 è stato in qualche modo una base per la nascita dell’Ultimate Universe? Pensi che la Marvel si sia ispirata a quello?
Pat Olliffe – Beh, non so cosa succeda dietro le quinte. Non sembra ci sia stata un’ispirazione diretta. Però quello che so con certezza è che mi considero molto fortunato ad aver contribuito all’universo MC2, perché penso che abbia avuto una certa influenza nel tempo.
Come ho detto, non ero coinvolto in discussioni di quel tipo. Ma dire che non ci sia stata alcuna influenza probabilmente non sarebbe del tutto corretto. Era una linea abbastanza popolare e, quando c’è un legame forte con il pubblico, qualcosa rimane. Però non posso parlarne in modo specifico.

I Fantastic Five, personaggi del MC2, universo che ha posto le basi dell’Ultimate Universe?
Questa è una domanda divertente. Sono sempre stato curioso di una cosa: ho notato una certa somiglianza tra te nel periodo in cui disegnavi Spider-Girl e il Peter Parker adulto e padre di Mayday. Hai preso in parte te stesso come riferimento quando lo disegnavi?
Pat Olliffe – [risata n.d.r.] Do la colpa a Ron Frenz per questo! Sì, perché, come dicevo, io e Ron siamo amici da molto tempo e abbiamo condiviso lo studio. Credo che aggiungere il pizzetto e quell’acconciatura… abbia fatto sì che il personaggio cominciasse naturalmente ad assomigliarmi.
Ma è stata una decisione di Ron inserire il pizzetto. E una volta che un personaggio è definito visivamente in un certo modo, non lo cambi. Quindi ho semplicemente continuato a disegnarlo così e sì, effettivamente mi somigliava. Ci siamo anche divertiti con questa cosa in seguito.
A un certo punto, credo che abbiamo dato a Peter anche una ciocca di capelli bianchi o grigi sulla fronte. Anche quello era perché stavo iniziando ad avere i capelli grigi in quel periodo e avevo una ciocca simile. Quindi sì, do la colpa di quella rappresentazione visiva a Ron Frenz [risata n.d.r.].
Su testi di Tom DeFalco hai lavorato su Secret Wars: Battleworld per la Marvel, una miniserie molto divertente costruita su un’idea particolare: introdurre villain, incluso una prima versione di Venom che non appariva nella storia originale ma solo nella linea di action figure, e metterli contro Spider-Man. Quanto ti sei divertito a disegnare questa miniserie e cosa ha significato per te entrare a far parte dell’eredità del primo spin-off di Secret Wars?
Pat Olliffe – È stato molto divertente. Davvero, tantissimo. Non solo è stato bello farne parte, ma avevo anche delle grandi aspettative da rispettare. Arrivi dopo Secret Wars di Mike Zeck, e poi tocca a te.
Ma è stato davvero divertente, soprattutto lavorare di nuovo con Tom su una storia di Spider-Man. Amo il modo in cui scrive il personaggio. E poter disegnare tutti questi villain, molti dei quali non avevo mai disegnato prima, è stato fantastico.
E per la prima volta ho potuto disegnare Spider-Man con il costume nero, cosa che non avevo mai fatto prima. Avevo disegnato varie versioni del personaggio, ma fino a quel momento avevo lavorato soprattutto su Marvel Team-Up. Quindi è stata la prima volta che ho disegnato il costume nero, ed è stato molto divertente.
L’idea della storia, quella di inserirsi in un momento preciso di Secret Wars e poi sviluppare la nostra narrazione, è tutta merito di Tom. Gli do pieno merito per questo.
È stato divertente anche per la natura dell’avventura: viaggiare tra diverse aree e pianeti. Questo mi ha permesso di disegnare ogni tipo di cosa, alieni, ambientazioni diverse, ed è stato davvero stimolante.
Quindi non solo è stato divertente lavorare su un progetto legato a Secret Wars e disegnare il costume nero di Spider-Man, ma anche poter rappresentare ambienti così diversi. E ovviamente disegnare tantissimi personaggi, la Torcia Umana, Falcon e molti altri che non avevo mai fatto prima, è stato davvero bello.
Sì, per me questo è uno dei tuoi lavori migliori, perché ci sono tantissimi personaggi e ambientazioni incredibili. Sembra davvero un progetto ampio e ricco.
Pat Olliffe – Sì, esatto, è proprio quello che intendevo. E penso che un’altra cosa che lo ha reso così piacevole è che sono stato molto fortunato nel corso della mia carriera a lavorare con grandi inchiostratori, come, ovviamente, Al Williamson su Spider-Girl. Ma in quel progetto il risultato finale è stato davvero, nel bene o nel male, una rappresentazione fedele di come volevo che apparisse. E questo è stato molto divertente.
Mi piace pensarti come l’artista che ha ridefinito il passato di Spider-Man con Untold Tales e ne ha immaginato il futuro con Spider-Girl, ma che ha lavorato poco sul “presente” del personaggio. Ti sarebbe piaciuto contribuire di più ad Amazing Spider-Man con un Peter adulto, fuori dal contesto scolastico?
Pat Olliffe – Sì, certo. Voglio dire, sono sempre stato un fan del personaggio. E quando inizi a disegnarlo e a disegnare il suo mondo, è qualcosa che ti manca quando non puoi più farlo. Spider-Man ha uno spazio unico nella nostra industria, tra i grandi personaggi della Marvel Comics. Ha davvero una sua identità. Quindi sì, mi sarebbe piaciuto continuare a disegnare Spider-Man in diversi progetti.
È stato per questo che è stato così divertente quando ho ricevuto la chiamata per Secret Wars. Era passato un po’ di tempo da quando avevo lavorato davvero in quell’universo, quindi poter tornare a disegnarlo è stato fantastico. Mi sono divertito molto. Poi il progetto è finito e sono passato ad altro, ma c’è sempre una parte di me che, se ci fosse un altro progetto su Spider-Man, salirebbe a bordo senza pensarci due volte.

Cover di Olliffe di una cover per un numero speciale di Amazing Spider-Man esclusivo per il digitale
Hai lavorato alla DC Comics per diversi anni. Ti ricordo soprattutto su Catwoman e Booster Gold, due progetti molto diversi. Il primo più orientato all’azione, il secondo più action-comedy, in linea con il personaggio. Su quale ti sei divertito di più a lavorare?
Pat Olliffe – Penso che quando ho lavorato su 52 e ho avuto modo di disegnare Booster Gold nei miei numeri, mi sono divertito molto. Era davvero un personaggio divertente da disegnare.
Ma Catwoman, devo dire, che è la mia preferita tra i due. Sono sempre stato un fan di Batman e del suo universo, quindi poter disegnare Catwoman e avere anche il Cavaliere Oscuro in alcune storie è stato fantastico. Era una grande storia, e con le chine di Tom Nguyen il risultato era davvero ottimo.
Mi è piaciuto molto lavorare su Catwoman e speravo che la serie potesse durare più a lungo, perché stavamo raccontando storie davvero divertenti. Ma, dal punto di vista visivo, poter disegnare quel personaggio nell’universo di Batman è stato incredibile. Quindi sì, la mia preferita è sicuramente Catwoman.
Okay. Ci sono altri progetti o titoli DC che ti sarebbe piaciuto disegnare?
Pat Olliffe – Ho avuto la possibilità di disegnare Batman un po’ in Catwoman e anche in una miniserie dopo 52, World War III, che includeva Batman, Superman e Wonder Woman.
È stato divertente, ma se devo pensare a un personaggio che avrei davvero voluto disegnare… come Spider-Man ha il suo posto nella gerarchia Marvel, Superman ha il suo nella DC. Mi sarebbe piaciuto disegnare Superman. Anche Batman, ovviamente.
Sono stato fortunato: ho disegnato Atom, Hawkman, Catwoman… ma quei due, Superman e Batman, mi sarebbe davvero piaciuto disegnarli di più.
Ho visto sui tuoi social che hai condiviso alcune immagini legate a G.I. Joe. Puoi darci qualche anticipazione?
Pat Olliffe – Certo. Ho lavorato su un paio di progetti di G.I. Joe ed è stato molto divertente. È una proprietà molto famosa: tutti conoscono G.I. Joe, tra personaggi, animazione e giocattoli.
Ho avuto la possibilità di lavorare su una serie di numeri “silent”, senza dialoghi. L’anno scorso erano dedicati agli eroi, mentre quest’anno saranno dedicati ai villain. Ho coinvolto il mio amico Tom DeFalco, che ha scritto un numero su Zartan, e io l’ho disegnato. Dovrebbe uscire tra un mese circa.
Poi ho fatto un altro numero con Larry Hama, e lavorare con lui su G.I. Joe è il massimo. Sono stati progetti molto divertenti, e spero di poter continuare a lavorare su questo universo più avanti durante l’anno.
Se oggi ti offrissero un ultimo progetto su Spider-Girl o Untold Tales of Spider-Man, accetteresti oppure senti di aver già detto tutto?
Pat Olliffe – È una domanda difficile. Mi piacerebbe tornare a disegnare entrambi i personaggi, senza dubbio. Ho amato lavorare su entrambi i progetti, quindi se ci fosse una nuova storia di Spider-Girl, accetterei subito.
È stata una serie molto lunga, il personaggio femminile più duraturo nella storia della Marvel, con oltre 100 numeri. Dal punto di vista delle storie, c’è sempre modo di raccontarne di nuove.
Ma se dovessi scegliere, direi Untold Tales of Spider-Man, perché è finita troppo presto. C’erano ancora tante storie da raccontare, inserendole nel periodo universitario di Peter e portandolo avanti. Quindi sceglierei quella.
Un’ultimissima domanda: se puoi, puoi dirci se stai lavorando a nuovi progetti e quali?
Pat Olliffe – C’è qualcosa di cui probabilmente non posso ancora parlare, ma sto parlando con Skybound per fare altri lavori sui G.I. Joe. Spero quindi che ci saranno nuovi progetti in arrivo, perché mi sono divertito molto.
Grazie mille per l’intervista, Pat.
Pat Olliffe – Mi è piaciuta molto l’intervista, è stato divertente.
Grazie ancora, buona giornata!
Pat Olliffe – A presto, ciao!
Patrick Olliffe: Biografia
Patrick (Pat) Olliffe è un illustratore di fumetti veterano con oltre 35 anni di esperienza presso alcune delle più grandi case editrici del settore, tra cui Marvel Comics, DC Comics, Dark Horse, Aftershock e Disney Publishing. La sua lunga lista di lavori include Thor, Untold Tales of Spider-Man, Spider-Girl, Captain Marvel, Namor, la serie DC’s 52, Rough Riders, The Atom, Catwoman, Scooby Apocalypse e Hawkman, oltre a Captain America, I Fantastici Quattro, Gli Avengers e gli X-Men per Marvel Press della Disney. Insieme allo sceneggiatore Chuck Austen, ha creato la serie a fumetti western fantascientifica Edgeworld per Comixology Originals.*
*biografia estratta dal sito ufficiale di Patrick Olliffe
Comics
Comics Legend: intervista a Peach Momoko, arte e tradizione nei suoi X-Men
Su Comics Legends un ospite di fama internazionale: Peach Momoko. Autrice dal tratto delicato, ha rivoluzionato la concezione di comics con la sua Ultimate X-Men, opera che l’ha portata a essere tra le più amate fumettiste moderne
Pubblicato
1 mese agoil
12 Marzo 2026Da
Doc. G
Nonostante la giovane età, Peach Momoko è già una leggenda.
L’artista giapponese ha conquistato milioni di fan in tutto il mondo con la sua arte coinvolgente ed emozionale, portando nella sua opera tradizione, folklore e suggestioni della cultura del suo Paese.
Non è un caso che la carriera di Peach sia iniziata nelle gallerie d’arte: ogni singola cover, ogni immagine che nasce dalla sua mente e prende forma su una tavola, su un foglio o su una blank cover è a tutti gli effetti una piccola opera d’arte.
Marvel e C.B. Cebulski hanno creduto fin da subito nel talento dell’autrice, arrivando ad affidarle le redini della nuova serie Ultimate X-Men, con la quale ha realizzato una storia emotivamente intensa. Forse non ci sono i “soliti” X-Men a cui i lettori erano abituati, ma c’è sicuramente qualcosa di profondamente originale e unico nel suo genere.
Peach Momoko è riuscita a creare un ponte artistico tra culture diverse, unendo sensibilità e immaginari provenienti da parti opposte del pianeta e inserendo molto del suo Paese d’origine in ogni sua opera.
Quella che segue è un’intervista in cui Peach ci racconta molto della sua arte. E il modo in cui lo fa aiuta a capire perché sia diventata una delle icone del fumetto più importanti degli ultimi anni.
Su PopCorNerd per Comics Legend: Peach Momoko.
Peach Momoko: quel modo di fare fumetto che si può solo definire.. arte
Grazie mille, Peach Momoko, per essere ospite di PopCorNerd. È un grande onore e privilegio per la nostra pagina poter ospitare un’artista di fama mondiale, quale sei.
Ho letto che prima di dedicarti ai fumetti, hai lavorato come artista da galleria. Come è avvenuto il tuo primo contatto con i comics, considerando che si tratta di un mondo piuttosto distante dal percorso artistico che avevi esplorato fino a quel momento?
Peach Momoko – Sì, quando ero giovane mi occupavo principalmente di arte da galleria. All’epoca non conoscevo i fumetti, né i manga. O almeno: pensavo che per lavorare nel settore bisognasse essere già un artista di fumetti o un mangaka.
In quel periodo non sapevo esattamente cosa volessi fare, ma ero certa di voler lavorare nell’arte. Per questo non mi concentravo su un solo ambito.
Così, mentre lavoravo per le gallerie e proponevo il mio portfolio a diverse riviste, Girls and Corpses mi contattò e iniziai a realizzare illustrazioni per il magazine. Poco dopo mi invitarono a partecipare a una Comic Convention.
Non avevo familiarità con il mondo dei comics, quindi sapevo che sarei uscita dalla mia zona di comfort, ma volevo mettermi alla prova e vedere cosa avrei potuto imparare partecipando a quell’evento.

Illustrazione di Peach Momoko tratta da Girls and Corpses Magazine
Hai iniziato come illustratrice e in seguito sei diventata anche sceneggiatrice. Tra i tuoi primi lavori come autrice completa ci sono alcune storie pubblicate sulla rivista Heavy Metal. Il passaggio alla scrittura è stato semplice o impegnativo?
Peach Momoko – Per me è stata una sfida. E lo è ancora oggi.
Il tuo incredibile lavoro come cover artist ti ha fatto vincere due Eisner Awards nella categoria, nel 2021 e nel 2024. Cosa hai provato nel vincere premi così prestigiosi? Li hai vissuti come un momento di affermazione personale nel mondo dei fumetti oppure più come un punto di partenza?
Peach Momoko – È sempre un onore e una gioia ricevere qualsiasi premio.
Per me però i premi non significano successo né garanzia di lavoro. Piuttosto li considero come una forma di fiducia.
Se altre case editrici vogliono lavorare con me, avere un riconoscimento del genere nel mio curriculum può creare una certa fiducia da parte di aziende che non hanno mai collaborato con me prima.
Quindi non lo vivo davvero come un punto di partenza o qualcosa del genere, ma più come una sorta di “fiducia” che può aprire nuove opportunità.

Il tuo successo è legato anche al tuo stile artistico: delicato ed emotivo. È qualcosa di mai visto prima nei fumetti occidentali, ma allo stesso tempo rappresenta una novità anche in quelli orientali. Pensi che la tua arte rappresenti un punto di connessione tra due tradizioni fumettistiche molto diverse?
Peach Momoko – Di solito dipingo soltanto ciò che mi piace dipingere. Non penso troppo alla distinzione tra “Oriente” e “Occidente”. Sono semplicemente consapevole del fatto che voglio dipingere ciò che mi piace e raccontare davvero la mia storia.
Ultimate X-Men rappresenta forse la tua consacrazione definitiva nell’industria del fumetto. È un progetto molto impegnativo, trattandosi di una serie mensile a lungo termine che scrivi e disegni. Qual è la storia dietro il tuo arrivo su uno dei titoli di punta Marvel degli ultimi due anni?
Peach Momoko – Non so esattamente come sia stata scelta. Avevo appena terminato Demon Wars quando C.B. [Cebulski n.d.r.] mi ha chiesto se fossi interessata a raccontare una nuova storia degli X-Men ambientata in Giappone, con un cast completamente giapponese.
Poi ho avuto un incontro con i creatori e gli editor per capire meglio quale fosse il concetto dell’Ultimate Universe.
A quel punto ho fatto ricerche su alcuni personaggi Marvel giapponesi già esistenti e poi ho ampliato il tutto creando nuovi personaggi e/o nuove versioni di quelli già presenti.

Per prepararti a Ultimate X-Men, hai letto storie classiche dei mutanti per comprendere il mito degli X-Men prima di crearne la tua interpretazione personale? Se sì, quali?
Peach Momoko – Ho fatto ricerche su molti fumetti diversi, soprattutto per trovare i personaggi giusti e per evitare di raccontare la stessa storia. Il fumetto che mi ha davvero ispirato è stato Weapon X di Barry Windsor-Smith.
La protagonista di Ultimate X-Men è Hisako/Armor, che nella continuità classica degli X-Men è sempre stata un personaggio secondario rispetto a figure più iconiche come Ciclope, Rogue, Jubilee, Kitty Pryde, Wolverine, ecc. Cosa ti ha portato a scegliere Hisako come protagonista della serie invece dei membri più classici degli X-Men?
Peach Momoko – Ho scoperto Armor per la prima volta mentre stavo facendo ricerche su un mutante giapponese. La sua storia su Terra-616 (come il suicidio di Wing, ecc.) e il suo potere legato all’armatura mi hanno davvero colpita.
Ho sentito che usare l’armatura come simbolo, una sorta di guscio che ti protegge dalla società, funzionava molto bene con il tema della storia. Quando creo qualcosa, c’è sempre un momento: una sorta di amore a prima vista.
Personaggi iconici come Ciclope, Rogue o Jubilee sono fantastici, ma se non riesco a immaginare una nuova storia da raccontare su di loro… allora significa che non è il loro momento per me.

Un’immagine di Armor tratta da Ultimate X-Men
Il primo villain che Hisako e le sue amiche affrontano è Shinobu Kageyama, un personaggio che, a mio parere, hai sviluppato molto in profondità. Ogni volta che appare, la serie assume anche visivamente un tono da horror psicologico. Cosa ti ha ispirato nella creazione dello Shadow King (Re delle Ombre) dell’Ultimate Universe?
Peach Momoko – Durante le mie ricerche ho sentito che il potere telepatico dello Shadow King si adattava molto bene alla mia storia su Armor.
Un altro personaggio molto amato dai lettori è Maystorm, a cui, sembra, sei molto affezionata anche tu. Secondo te cosa rende questa eroina così apprezzata?
Peach Momoko – Non so quanto Maystorm sia diventata popolare tra i fan, ma ogni volta che vedo fanart, cosplay, peluche o persino costruzioni Lego di Maystorm mi sento un po’ più sicura di me.

Maystorm, una delle X-girls più amate dai fan di Ultimate X-Men
Le storie degli X-Men hanno sempre esplorato temi delicati e socialmente rilevanti, tra cui la discriminazione (razziale, religiosa, ecc.). In Ultimate X-Men i temi restano maturi e complessi ma sono più contemporanei e, purtroppo, molto legati a problemi reali come bullismo, suicidio, stalking e altro. Quanto è difficile inserire questi temi in un fumetto supereroistico come UX?
Peach Momoko – Sono temi che nessun adolescente può davvero evitare. Così ho deciso di affrontarli direttamente.
I tuoi fumetti trasmettono un forte coinvolgimento emotivo, sia nella scrittura che nel disegno. Quanto di te stessa c’è nelle tue storie?
Peach Momoko – E’ un piccolo mix di tutto. Ci sono elementi in cui parlo di come sono stata trattata, di cose che ho visto o sentito raccontare, di brutti ricordi e di incubi che avevo quando ero adolescente.
Ma non sono aspetti che porto direttamente al centro della storia principale: sono piuttosto piccoli dettagli sparsi nel racconto. Ho anche fatto ricerche attraverso documentari e conversazioni reali tra adolescenti.
Come ti sei trovata a lavorare con la particolare struttura narrativa dell’Ultimate Universe, dove ogni numero si svolge in un mese specifico e tra un capitolo e l’altro il tempo scorre.. in tempo reale?
Peach Momoko – Non è stato facile. Proprio perché tra un numero e l’altro il tempo avanzava davvero, c’erano molte storie che avrei voluto raccontare ma per cui non avevo il tempo.

Partecipi alle convention di fumetti in tutto il mondo ormai da molti anni e possiamo dire che sei una delle autrici più amate dai lettori. Che rapporto hai con i tuoi fan?
Peach Momoko – Credo di guardare sempre nella stessa direzione dei miei fan. Non sono molto brava a parlare con le persone o a incontrarle. Ma apprezzo davvero il tempo che passo alle convention perché lì posso sentirmi parte di una grande comunità. E soprattutto ho la possibilità di ascoltare direttamente le voci delle persone, e questo per me è di grande aiuto.
Questa era l’ultima domanda. Ancora una volta, grazie a Peach Momoko per aver trovato il tempo di parlare con noi.
*Un ringraziamento speciale a Yo Mutsu, art manager e marito di Peach. Con il suo contributo e aiuto nella traduzione delle risposte di Peach dal giapponese all’inglese, ha reso possibile questa intervista.
Peach Momoko: biografia

Peach Momoko, artista il cui vero nome rimane volutamente riservato, preferisce essere conosciuta con lo pseudonimo che utilizza fin dai tempi della scuola d’arte e che, negli anni, gli appassionati di fumetti hanno imparato ad apprezzare e amare.
Nata in Giappone, da oltre un decennio ha trovato il proprio spazio nel mercato fumettistico statunitense. Dopo il suo debutto alla Marvel, l’autrice si è rapidamente affermata come una delle illustratrici più richieste, firmando nel corso degli anni numerose copertine per alcune delle testate più popolari della Casa delle Idee.
Nel 2021 e 2024 ha conquistato il prestigioso Eisner Award come miglior cover artist, un riconoscimento che ha consacrato il suo talento a livello internazionale. Oltre agli Eisner, ha vinto anche il Ringo Award sempre come miglior copertinista nel 2021
All’inizio del 2024, Peach Momoko ha inoltre lanciato per Marvel la serie Ultimate X-Men, una reinterpretazione in chiave nipponica delle origini dello storico gruppo di mutanti, che unisce l’immaginario degli X-Men con sensibilità e atmosfere profondamente legate alla cultura giapponese.
Fumetti
Giorgio Sommacal: fumettisti comici si nasce, Cattivik lo si diventa!
Intervista a Giorgio Sommacal, tra i più apprezzati autori di Cattivik e de Il Giornalino, capace di far ridere migliaia di italiani con il solo utilizzo della sua matita
Pubblicato
2 mesi agoil
26 Febbraio 2026Da
Doc. G
Se si parla di fumetto italiano, spesso si pensa al genere comico. Fino a qualche anno fa le edicole erano invase dai fumetti a strisce, simbolo della tipologia di fumetto che contenevano, ovvero quello che “faceva ridere” grandi e piccini. Saper far ridere è un’arte e i nostri autori ne sono da sempre dei maestri. Giorgio Sommacal rientra tra questi.
Con i suoi disegni, gag e onomatopee, Sommacal ha contribuito a far innamorare letteralmente i lettori del nostro paese del ladro più goffo e puzzolente del panorama fumettistico italiano. Con Cattivik è riuscito a modellare e valorizzare un ottimo personaggio creato da Bonvi, passato poi nelle mani di Silver, e a trasformarlo in una vera e propria icona della nona arte made in Italy.
Ebbene, ho avuto l’onore e il privilegio di intervistare, all’ultima edizione dell’X-Mas Comics, proprio Giorgio Sommacal, una vera colonna del fumetto italico e prima ancora appassionato delle “nuvole parlanti” come piace definirle a lui.
Quello che mi ha subito impressionato dell’autore è stato il suo modo di raccontare aneddoti ed episodi della propria carriera, sempre con il sorriso. Una carriera davvero incredibile, nata dal suo interesse per il fumetto comico, che lo ha portato a diventare un autore fondamentale principalmente per Cattivik e Il Giornalino, oltre che a insegnare arte e fumetto anche ai più piccoli. Sempre con il sorriso. È stato incredibile e molto divertente passare mezz’ora a sentire le storie di Giorgio Sommacal, e questo è il resoconto della nostra chiacchierata. Grazie mille, Giorgio.
Intervista a Giorgio Sommacal: l’arte di far ridere con l’utilizzo della matita
PCN: Diamo il benvenuto a Giorgio Sommacal su Popcornerd! Grazie Giorgio, è un vero onore averti come nostro ospite!
Giorgio Sommacal – Grazie a voi!
PCN: È un grande piacere avere sulla nostra pagina uno dei maggiori esponenti italiani del fumetto, soprattutto umoristico. Vorrei partire proprio da questo punto: una buona parte del fumetto italiano, fin dalle origini, ha trovato nella comicità una delle sue caratteristiche fondamentali, capace di attirare un vastissimo pubblico. Secondo te qual è la forza del fumetto umoristico? E, soprattutto, cosa ti ha sempre affascinato di questo tipo di storie, che hanno definito gran parte della tua carriera?
Giorgio Sommacal – Beh, allora, fin da piccolo leggevo i fumetti e a quei tempi le edicole erano piene di fumetti per bambini e ragazzi, soprattutto di tipo umoristico. C’erano i vari Geppo, Tiramolla, Braccio di Ferro, Cucciolo, ecc.. insomma tutta una serie di personaggi che ormai non ci sono più. Quindi la mia formazione è stata sul fumetto comico-umoristico, ma ero un lettore anche de Il Giornalino, dove c’erano molti autori realistici e difatti, parte di essi, sono poi finiti a lavorare anche per la Sergio Bonelli Editore.
Ma io ero affascinato dalle cose comiche. In particolare ero attratto da quelle realizzate da Bonvi, grazie anche al suo Nick Carter, parte di SuperGulp! Fumetti in TV. [programma televisivo dedicato al mondo dei fumetti trasmesso nel 1972 e poi dal 1977 al 1981, sul Secondo Canale della RAI n.d.r.] E poi, quando ho scoperto Lupo Alberto di Silver, mi sono innamorato di questo tipo di fumetti.
PCN: La tua carriera a livello professionale comincia nel 1989. Inizi a collaborare con Silver e, dopo un paio di storie per Lupo Alberto, diventi una delle colonne portanti di Cattivik. Qual è stato il tuo primo approccio con l’essere più putrido, sgangherato, malvagio e inconcludente del panorama fumettistico italiano?
Giorgio Sommacal – La storia è questa. Quando ho iniziato non c’erano le scuole di fumetto che ci sono oggi, ma c’erano dei corsi. Avevo fatto un corso qui a Torino organizzato dall’Arci Comix e, in quell’occasione, avevo conosciuto Silver. Poi, dopo un po’ di anni, forse quattro o cinque, ho partecipato a un concorso di fumetti ad Alassio. Ho vinto il primo premio e l’ho ricevuto direttamente dalle mani dello stesso Silver.
Quando, poi, mi sono deciso a proporre i miei lavori per vedere di riuscire a disegnare fumetti a livello professionale, ho scelto di mandarle a Silver e a Il Giornalino. Ho cominciato quindi prima con Silver e, di lì a poco, anche con Il Giornalino.
All’epoca facevo un altro lavoro, il grafico, e quando è arrivata la chiamata di Silver mi sono licenziato e sono entrato nel “magico mondo” della partita IVA [risata n.d.r.].
Ho scritto e disegnato tre storie di Lupo Alberto e poi sono passato a fare Cattivik. Silver in quel momento voleva partire con il fumetto di Cattivik e mi chiese se ero interessato a prendere parte al progetto. Gli dissi: “Certo che voglio disegnarlo!”.
Leggevo Cattivik già quando lo faceva Bonvi ed era un personaggio che mi piaceva moltissimo. Infatti mi sono divertito un sacco a disegnarlo e all’inizio scrivevo anche le storie.

Tutta l’arte di Giorgio Sommacal mentre ritrae il terrore e raccapriccio in tutta la sua ‘putrida’ bellezza
PCN: Una delle tue storie che apprezzo di più è Cattivik vs. Diavolik.
Giorgio Sommacal – Quella l’ho solo disegnata. A scriverla è stato Moreno Burattini, l’ex responsabile di Zagor alla Sergio Bonelli Editore che, beato lui, è andato in pensione da poco. [risata n.d.r.] Però lui nasce anche come autore di fumetto comico.
Questa l’ha scritta lui, e io ne ho scritte altre all’inizio. Poi il discorso è questo: lo sceneggiatore è un mestiere a sé stante rispetto al disegnatore.
Poi certo, ci sono quelli che scrivono e disegnano, se la suonano e se la cantano. Beati loro! [risata n.d.r.].
Io invece alla fine ho scelto di disegnare, anche perché, poi, avevamo degli obblighi di consegne, dovevamo essere produttivi e quindi c’era un bel gruppo di sceneggiatori e disegnatori.
PCN: Bonvi ha detto di Cattivik: “Nasce come una macchia d’inchiostro. Non importa quali siano le forme di una macchia, l’importante è che sporchi”. Ritrovi in questa sua definizione anche qualcosa della tua idea personale del personaggio?
Giorgio Sommacal – Allora, Bonvi era un personaggio originalissimo, geniale, anarchico, dissacrante. E allora ha definito Cattivik con questa macchia nera, no?
E qui racconto una storiella: ho scoperto una cosa di Cattivik che non sapevo mentre ci lavoravo. Dopo aver disegnato un bel po’ di storie, a un certo punto, in una storia scritta da Piero Lusso, un altro grande sceneggiatore che scrive anche Lupo Alberto, Cattivik si spoglia e resta nudo. E quando l’ho fatta vedere a Silver lui mi ha detto: “Eh, però tu qui, in mezzo alle gambe, devi metterci una pecetta con scritto censura”.
Io gli ho chiesto il perché, il quale mi ha risposto: “Ma perché in fondo Cattivik è un uomo; brutto ma pur sempre un uomo”.
Alla fine di Cattivik, non sappiamo granché. Vivendo nelle fogne, non sappiamo esattamente le sue origini.
Io me lo sono sempre immaginato un po’ come un Quasimodo di Notre Dame; gobbo, un po’ deforme, storto perché è nato nelle fogne che, ovviamente, non è un ambiente salutare.
Poi, se uno legge Cattivik, sa che, per esempio, non si vede che sotto questa calzamaglia nera c’è un corpo. Però lui ha un naso e delle orecchie, che escono fuori quando ha bisogno che ci siano. Per il resto sembra un mostro.
Per cui, per me, alla fine è uno che vive ai margini della società. È deforme, bruttarello, anche se lui comunque ha un’autostima impressionante. È il riscatto del personaggio apparentemente sfigato e inconcludente, perché lui, in sé stesso, crede molto.
Infatti secondo me sarebbe ancora di grandissima attualità. Viviamo in un mondo con una forte crisi economica e di valori, dove molte persone sono ai margini di questa società apparentemente ricca e si devono arrangiare come possono.
E Cattivik, secondo me, è l’emblema di questo modo di stare al mondo: un po’ anarchico, un po’ visionario, molto creativo. Lui ha assemblato l’arredamento di casa sua con i mobili rubati alla discarica. Cioè, è uno che si arrangia, si aggiusta, come tanta gente ormai è abituata ed è obbligata anche a fare.
Infatti è un personaggio che funziona molto bene. Forse racchiude bene un po’ le caratteristiche dell’italiano, che è uno che si arrangia in tutto e per tutto.
Non so se tra le tue domande c’è quella che, in genere, mi fanno tutti su questo modo strano di parlare che ha Cattivik.
PCN: Assolutamente. Era una delle prossime domande, anche perché mi pare di ricordare che, nelle prime storie di Bonvi, Cattivik parli normalmente e poi nelle storie da Silver in poi, il suo modo di parlare cambia.
Giorgio Sommacal – L’ha detto Bonvi: perché Cattivik parla troncando le parole, non finendole? Perché lui, essendo un ladro che ha necessità di rubare, di delinquere non ha tempo di parlare tanto. È molto veloce nel parlare. Poi è vero che il suo Cattivik e quello di Silver parlavano pochissimo.
Il mio, quello di Massimo Bonfatti e degli altri venuti dopo, è diventato un chiacchierone. Parla tantissimo.
Ho letto in rete già qualche anno fa che qualcuna di quelle persone che si dedica ai passatempi più strani ha studiato il linguaggio di Cattivik. C’è chi dice che parli in dialetto pugliese, visto il modo di esprimersi del personaggio. Sinceramente non lo so! [risata n.d.r.]
PCN: Cattivik ha raggiunto un traguardo importante: 60 anni. Oggi è disponibile in libreria un volume celebrativo edito da GigaCiao che festeggia il compleanno del “Terrore e Raccapriccio”, dal titolo La Novell’ Grafik’, firmato da due giovani autori, Lorenzo La Neve e Spugna. Non ti chiedo un giudizio sul libro, ma vorrei sapere se sei d’accordo sul fatto che personaggi come Cattivik possano continuare la loro vita editoriale anche attraverso interpretazioni di nuovi autori, purché ne mantengano l’essenza.
Giorgio Sommacal – Allora io non l’ho letta, ma ho visto qualche immagine. Ho conosciuto Spugna, il disegnatore, mentre lo sceneggiatore, La Neve, non lo conosco di persona.
Spugna è molto simpatico e ci ha tenuto anche a dirmi che lui lo ha disegnato perché era stato lettore di Cattivik e anche il suo stile l’ha derivato un po’ dal nostro modo sgangherato di disegnare.
Se tu guardi, non so, altri personaggi come quelli del mondo Disney sono molto studiati e curati. Cattivik, invece, no.
A parte il fatto che eravamo un gruppo di persone diverse, ognuno lo interpretava a modo suo, anche con un disegno, non dico dilettantistico, però senza stare troppo a curare tutti i particolari. La comunicazione veloce, d’impatto di Cattivik sta nella bellezza del personaggio, nella simpatia, nelle gag, non nella maestria del disegno.
Noi deriviamo un po’, almeno parlo per me stesso, ma credo anche un po’ Bonfatti, dal fumetto underground americano. Sgangherato, comunicativo. Per cui sì, mi piace il fatto che venga interpretato anche da altri. Non c’è nulla di male.
PCN: Non hai lavorato ovviamente solo su Cattivik, ma anche per Il Giornalino con serie come Zia Agatha e Contatti, e per Bonelli su Dylan Dog, Demian, Zagor, Adam Wild, adattandoti a un tipo di fumetto molto diverso da quello a cui sei abituato. Come ti sei trovato a passare a uno stile decisamente più realistico?
Giorgio Sommacal – Allora, con Zia Agatha avevo una discreta libertà e a volte sperimentavo anche delle cose, degli stili. Era un po’ una commistione fra il grottesco e il realistico. Quelli di Bonelli hanno, ovviamente, delle esigenze legate ai personaggi.
Fatico molto ogni volta che disegno realistico. Sono più a mio agio con il disegno comico, lo dico con estrema sincerità.
Però, per vivere di fumetti ora come ora, a meno che tu non sia un genio che sfonda, devi avere una certa versatilità nel saper disegnare. Se sai fare sia il comico che il realistico, ti aiuta a lavorare di più.
PCN: Tra le testate e i personaggi Bonelli, con quali ti sei sentito maggiormente a tuo agio?
Giorgio Sommacal – Allora, Dylan Dog l’ho fatto come aiutante di Luigi Piccatto. Diciamo che lui, grandissimo disegnatore di Dylan Dog, faceva il lavoro più importante.
Degli altri personaggi devo dire che mi sono divertito molto a fare Adam Wild, perché intanto Gianfranco Manfredi era, ahimè dico “era” perché è mancato da poco, una persona collaborativa che lasciava molta libertà, e mi sono proprio divertito. Gli altri un po’ meno.
Però, per esempio, ho fatto il numero di una miniserie di Cico, l’amico e spalla comica di Zagor, e anche lì mi sono divertito molto.
PCN: Dal 2019 sei direttore artistico della collana SBAM! Libri Edizioni. In cosa consiste il tuo ruolo all’interno del progetto?
Giorgio Sommacal – Questa è una piccola casa editrice di Cologno Monzese del mio amico Antonio Maranghi. Nasce dalla sua grandissima passione per il fumetto e io collaboro con lui da anni.
Faccio il direttore artistico, nel senso che, insieme a lui decidiamo, in base a quello che ci arriva tra le varie proposte editoriali, gli autori da pubblicare.
Diciamo che siamo per la pubblicazione o la pubblicazione di nuove edizioni di autori soprattutto umoristici.
Certo, c’è roba anche abbastanza d’antan, nel senso che abbiamo recuperato una serie dei personaggi di quando eravamo ragazzini noi, che tutto sommato ha un pubblico di appassionati.
PCN: Ho visto dai social che lavori molto con i bambini nelle scuole e hai dedicato anche alcune opere ai più piccini, come i PicoSauri. Quanto è importante oggi diffondere il concetto di fumetto ai più piccoli, sempre più attratti da telefoni, tablet e contenuti digitali?
Giorgio Sommacal – Io faccio anche, a parte fumetti, libri per ragazzi e, appunto, vado nelle scuole a fare laboratori di fumetto. Uno degli ultimi libri che ho fatto riguarda il pop-up [libri che, grazie a complesse ingegnerie di carta, creano scene tridimensionali che emergono dalla pagina, aggiungendo profondità e movimento alla narrazione n.d.r.]
Mi sono inventato un corso breve per bambini dove insegno a fare dei piccoli pop-up. Io mi diverto moltissimo coi bambini perché imparo tanto da loro e faccio questo mestiere proprio perché ho conservato in parte l’animo bambino che, secondo me, per chi fa un lavoro creativo come il nostro è fondamentale, perché il bambino essenzialmente si stupisce, si meraviglia.
E lo stupore, a volte, in questa società così sovrabbondante di messaggi, è una roba che non esiste neanche più. Manca tanto e, secondo me, invece è fondamentale per farti sentire vivo e in contatto con le emozioni, con l’essenza di noi esseri umani. Altrimenti saremo degli organismi viventi senza sogni, senza domande, senza desideri protetti. E invece questo è fondamentale.
Faccio i laboratori coi bambini perché mi diverto, imparo tante cose e spero di trasmettere a loro il fatto che si può vivere creando delle cose che prima non c’erano, come le storie a fumetti e i libri per ragazzi. Un’idea che ti viene in mente, che realizzi, che ti esprime, che esprime te stesso, le tue emozioni e ti permette di trasmetterle agli altri.
Quando un’opera, anche a fumetti o un libro per ragazzi, è fatta benissimo tecnicamente, spesso uno la guarda e esclama: “Che bello”. Ma se non ci metti l’anima, se non ci metti le tue emozioni, non c’è la trasmissione col lettore. Almeno io penso così.
L’insegnamento è importante, ma, in realtà, sono i bambini che spesso insegnano agli adulti che cos’è la creatività. Loro sono alla scoperta del mondo. Sono anche magari un insegnante, uno stimolo, e ti aprono, magari ti amplificano la creatività.
Non l’abbiamo detto, ma ho ripreso a lavorare con Il Giornalino. Sto facendo una serie con il mio amico Augusto Rasori ai testi e un altro amico, Claudio Taurisano, ai colori. Si tratta di una serie per bambini sul tema dell’arte e mi sto divertendo tantissimo. Mi piace anche il fumetto d’autore, però io sono per il fumetto comico per bambini.
PCN: Mi trovi d’accordo, perché per me la cosa che si è un po’ persa è che il fumetto nasce per i più piccoli. Invece adesso sembra che il fumetto sia più dedicato a un pubblico adulto.
Giorgio Sommacal – Bisogna partire dai piccoli; che imparino a leggere, non solo fumetti, perché si è perso anche il gusto dell’oggetto libro, della lettura. E poi, quando saranno più grandi, leggeranno quelle che adesso chiamano graphic novel.
Però c’è tutto un mondo di fumetti per ragazzi bellissimo e da scoprire.
PCN: Grazie mille, Giorgio, del tempo. È stato veramente un onore e un piacere.
Giorgio Sommacal – Grazie a voi e saluto tutti, soprattutto gli appassionati di questo mondo strano delle nuvolette parlanti!
Giorgio Sommacal: Biografia
Giorgio Sommacal (Carmagnola, 1961) è un illustratore e fumettista italiano. Dopo gli esordi su pubblicazioni locali, nel 1989 entra nella casa editrice ACME, lavorando su Lupo Alberto (di Silver) e Cattivik. Collabora con Il Giornalino e con Mondadori – Libri per Ragazzi, realizzando anche copertine e libri umoristici.
Per Sergio Bonelli Editore ha disegnato, tra le altre, storie di Demian (con Luigi Piccatto), Dylan Dog, Zagor e dal 2013 entra nello staff di Adam Wild; nel 2021 firma lo Speciale Zagor n. 33 e nel 2017 un numero di Cico a spasso nel tempo (testi di Tito Faraci).
Parallelamente realizza libri illustrati per ragazzi, spesso con lo scrittore Pino Pace, per editori come Sperling & Kupfer e Giralangolo-EDT. Dal 2007 pubblica online le Strisce Bavose (testi di Augusto Rasori), poi adattate anche in animazione e premiate nel 2009.
Dal 2012 pubblica su Skorpio la serie Rapa&Nui (con Laura Stroppi e Rasori), raccolta in volume nel 2018 da Sbam! Comics, di cui dal 2019 è direttore artistico della collana SBAM! Libri.
Nel 2023 gli è stata dedicata la mostra “Bestiacce!… e altri animali” al Forte di Bard. Ha inoltre insegnato in diverse scuole di fumetto, tra cui la Scuola Internazionale di Comics di Torino e la Scuola di Fumetto di Bra.
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