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Comics Legends: intervista a Fabian Nicieza, co-creatore di Deadpool

Su Comics Legends oggi abbiamo ospite Fabian Nicieza, scrittore di razza dei comics, che ha lavorato molto sulle testate mutanti della Marvel e che ha co-creato il mutante più famoso del cinema: Deadpool

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Gli inizi degli anni ’90 hanno segnato la consacrazione in casa Marvel di numerose serie dedicate ai team di supereroi. The New Warriors e X-Force sono stati tra i gruppi più amati dai lettori dell’epoca, e al timone c’era un unico scrittore: Fabian Nicieza.

Lo sceneggiatore argentino divenne in breve tempo, uno degli autori più prolifici e innovativi nel panorama del fumetto supereroistico della Casa delle Idee.

Nonostante abbia creato alcuni personaggi all’interno dell’universo Marvel, Nicieza è ricordato soprattutto per essere il co-creatore, insieme a Rob Liefeld, di un personaggio che ha avuto una lunga carriera editoriale e che è letteralmente esploso dopo il debutto al cinema: Deadpool.

Complice anche l’interpretazione di Ryan Reynolds che, a quanto pare, si è interessato al personaggio proprio grazie a una storia scritta da Nicieza che lo citava (e di cui parleremo nell’intervista) il successo iconico di Deadpool si deve anche al lavoro dello sceneggiatore e alla sua caratterizzazione del “Mercenario Chiacchierone” sulle pagine dei fumetti che ha scritto per anni.

Già solo per questo, Fabian Nicieza rientra di diritto tra le “Comics Legends” di cui (e con cui) mi piace parlare, ma soprattutto ascoltare le storie che hanno da raccontare.

E Fabian, di aneddoti, ne ha davvero molti nell’intervista che segue, raccontati spesso in modo diretto, schietto e sincero.

Per me è un grande onore ospitare su PopCorNerd e all’interno della rubrica Comics Legends uno dei punti fermi della scrittura supereroistica degli anni ’90: Fabian Nicieza.


Fabian Nicieza: dal Mercenario chiacchierone allo scrivere di romanzi

Grazie mille, Fabian per il tuo prezioso tempo e… benvenuto su PopCorNerd.it! È per me un grande onore ospitare uno degli autori Marvel più importanti degli anni ’90. Vorrei partire dal tuo ingresso nel mondo dei comics che coincide con il tuo arrivo in Marvel. Ma non hai iniziato subito come sceneggiatore, bensì nel settore pubblicitario della Casa delle Idee. Ricordi come è avvenuto il passaggio alla scrittura degli albi Marvel?

Fabian Nicieza – È successo più o meno come per chiunque lavorasse in redazione all’epoca: conosci gli editor, capisci cosa gli piace e quali sono le loro scadenze, e poi chiedi se puoi proporre delle storie. A quel punto possono dirti sì oppure no.

Ho aspettato circa un anno prima di proporre una “inventory story” [storia di scorta da inserire quando necessario n.d.r.] di Spider-Man: essendoci tre testate, avevano spesso bisogno di storie “fill-in” o di magazzino, quindi c’erano più probabilità che servisse nuovo materiale. Ho sviluppato una storia per l’editor Jim Owsley, ma fu licenziato prima che un disegnatore iniziasse a lavorarci. Il nuovo editor, Jim Salicrup, non apprezzò la storia e la bocciò.

Qualche mese dopo, Bob Budiansky, editor dei progetti speciali e anche di una serie del New Universe, mi chiese se volessi proporre una inventory story per Psi-Force (all’epoca tutte le otto serie del New Universe avevano grossi problemi di programmazione). Lo feci e la storia che scrissi uscì subito all’interno di Psi-Force #9. Da lì ho continuato.

Indipendentemente dal carico di lavoro freelance, avevo comunque il mio impiego dalle 9 alle 17 in Marvel come Advertising Manager (poi diventato editor), quindi scrivevo mentre facevo il pendolare in autobus o in treno, oppure la sera e nei weekend.

L’albo che cambiò tutto: lo storico The New Warriors #1 di Fabian Nicieza e Mark Bagley

New Warriors è il tuo primo grande lavoro da scrittore: una serie che presenta un team di giovani eroi (Night Thrasher, Nova, Speedball, Namorita, Marvel Boy, Silhouette e Firestar), completamente diverso e originale rispetto a quanto visto in Marvel fino a quel momento. Non sei il creatore del team, ma sei colui che, da sceneggiatore, lo ha portato al successo editoriale. Quanto ha inciso la freschezza del team creativo , tuo e di Mark Bagley, e quanto, invece, altri fattori?

Fabian Nicieza – Penso che New Warriors sia stato il risultato di una perfetta convergenza di fattori.

Talenti nuovi, desiderosi di lasciare il segno con la loro prima serie supereroistica mainstream; un editor appena riassunto, quindi inizialmente prudente ma consapevole di avere tra le mani un ottimo fumetto e disposto a rischiare; una casa editrice e un mercato con aspettative molto basse per la serie, che ci hanno dato il vantaggio di essere degli outsider capaci di sorprendere.

C’era un personaggio dei New Warriors che ti divertiva particolarmente scrivere rispetto agli altri?

Fabian Nicieza – Non proprio. Mi piacevano tutti. Col senno di poi, avrei voluto fare di più con Firestar, e lo avrei fatto se fossi rimasto più a lungo sulla serie. Ma ciò che apprezzavo di più era il modo in cui tutte le personalità si incastravano tra loro, creando qualcosa di più grande della somma delle singole parti.

Passiamo al tuo lavoro sulle testate mutanti: fai parte di quella schiera di autori che ha contribuito in modo determinante al successo delle serie degli X-Men negli anni ’90.
Tra i tanti lavori spicca il tuo impegno sulla prima serie di X-Force. Hai preso i New Mutants e li hai trasformati in un team d’assalto guidato da Nathan Summers, alias Cable. Come è nata l’idea di far “rinascere” i New Mutants come X-Force?

Fabian Nicieza – È stata tutta un’idea di  [Rob] Liefeld, che all’epoca fu accolta con molta esitazione da quasi tutti negli uffici. Cancellare e rilanciare una testata nella top 10 è una mossa rischiosa, ma lui era convinto che avrebbe portato il titolo ancora più in alto. Ha lavorato duramente per convincere chi doveva approvare questa direzione, e alla fine si è rivelato avere ragione al 100%.

Fabian Nicieza e Rob Liefeld autori di uno degli X-Team simbolo degli anni ’90: X-Force

X-Force sembra rappresentare un passo avanti nel tuo sviluppo come autore rispetto a New Warriors: durante la tua gestione diventano sempre più centrali le dinamiche tra i personaggi (in particolare il rapporto tra Domino e Cable), ed è forse anche per questo che la serie è ricordata con tanto affetto dai lettori. Cosa ne pensi?

Fabian Nicieza – Non sono d’accordo con questa lettura, dato che scrivevo entrambe le serie nello stesso periodo e, a mio avviso, New Warriors era complessivamente un fumetto supereroistico mainstream migliore.

Se la serie è ricordata con affetto è perché gli attuali quarantenni e cinquantenni avevano tra i 10 e i 16 anni quando uscì X-Force, cioè l’età perfetta per creare i ricordi più nostalgici legati ai fumetti di supereroi.

È come se chiedessi a me delle run degli Avengers di Englehart/Shooter, Perez/Byrne.

The New Mutants #98: esordisce Deadpool, il personaggio più iconico di Fabian Nicieza co-creato insieme a Rob Liefeld

Quando tu e Rob avete creato Deadpool, avevate già la sensazione del suo potenziale a lungo termine all’interno della Marvel?

Fabian Nicieza – Certo che sì… e certo che no. Non puoi prevedere che un personaggio diventerà un fenomeno globale, ma puoi percepire fin da subito che qualcosa, a livello di “alchimia”, sta funzionando.

Realizzammo una carta di Deadpool, una delle cinque inserite nei polybag di X-Force #1, solo pochi mesi dopo il suo debutto in New Mutants, quindi credo che tutti noi avessimo capito che il personaggio aveva un grande potenziale.

All’epoca, mi aspettavo che un intraprendente ragazzino canadese delle scuole medie avrebbe un giorno voluto interpretarlo in un film? Be’, direi di sì, visto che ho scelto proprio quel ragazzo per il ruolo nel 2004, anni prima che apparisse in Wolverine Origins, vincitore dell’Academy Award

Ti è piaciuta la rappresentazione di Deadpool al cinema? Hai un film preferito tra i tre, e perché?

Fabian Nicieza – Sì. Il primo, perché è stato, proprio come il personaggio, una splendida storia da outsider, sia sullo schermo sia dal punto di vista delle dinamiche produttive hollywoodiane.

Il Deadpool cinematografico interpretato da Ryan Reynolds… e chi se lo dimentica!

Cable & Deadpool è una serie che ha avuto una gestione movimentata, nonostante sia una delle run in cui hai dato maggiore spazio all’immaginazione e, sembra, ti sia divertito molto. È lì che pensi di aver fatto il tuo miglior lavoro con questi personaggi?

Fabian Nicieza – Non so se “turbolenta” sia la parola giusta. Eravamo sempre sotto la minaccia della cancellazione e continuavamo a ricevere quelli che sembravano “rinnovi di sei numeri” per tutta la durata della serie.

Ho avuto la possibilità di scrivere i personaggi nel modo in cui ritenevo dovessero essere scritti, avevamo un seguito incredibilmente fedele e stabile, e ho lavorato con artisti eccellenti, quindi sì, è stato un incarico piacevole. A parte gli avvocati interni della Marvel e la mia editor, la fantastica Nicole Boose, non credo che alla Marvel si rendessero davvero conto di pubblicare quella serie, e questo ci dava una certa libertà…

…finché non decisero di rimuovere Cable da un fumetto intitolato “Cable & Deadpool”. Quello sì che è stato divertente.

Puoi raccontarci qualcosa di più specifico sull’episodio che collega te, la serie Cable & Deadpool, che all’epoca scrivevi, e Ryan Reynolds, prima che diventasse Deadpool? Si dice che un riferimento in uno dei tuoi numeri di quella serie, lo abbia fatto appassionare al personaggio, portandolo anni dopo a interpretarlo sul grande schermo.

Fabian Nicieza – All’inizio degli anni ’90, la “voce” che avevo in mente per il personaggio era quella del comico Dennis Leary e delle sue pubblicità in bianco e nero su MTV, in cui interpretava un uomo arrabbiato che fumava sigarette.

Dieci anni dopo, avevo bisogno di un nuovo punto di riferimento per il tono e il ritmo del personaggio, perché si era “ammorbidito” dopo anni come protagonista di una serie mensile, rispetto al mercenario più duro delle origini. Dovevo sentire la voce giusta nella mia testa, e ho pensato a Ryan Reynolds per via dei film di Van Wilder e, se ricordo bene la tempistica, della sua recente apparizione all’epoca in Blade 3.

C’è quella scena in Cable & Deadpool #2 in cui Deadpool si strappa la maschera, arrabbiato con Cable, che non capiva perché per lui non fosse un problema avere l’opportunità di sembrare “come tutti gli altri”. Avevo bisogno di un riferimento visivo e verbale per come il personaggio vedeva se stesso. E così è nata la battuta “Ryan Reynolds incrociato con uno Shar-Pei”.

Gli avvocati della Marvel mi chiesero di cambiare il nome per paura di essere citati in giudizio da Ryan, quindi ho tolto la “y” dal cognome per confondere sia gli avvocati sia Ryan. Solo gli avvocati si confusero.

La scena ‘galeotta’ che fece scattare la scintilla tra Ryan Reynolds e il Mercenario chiacchierone della Marvel

L’Era di Apocalisse è la saga che mi ha fatto conoscere gli X-Men ed è probabilmente la mia preferita. Come nasce un progetto così complesso, che coinvolge tanti autori, artisti e un mondo in cui il sogno di Xavier è fallito?

Fabian Nicieza – A quanto pare, nasce in modo brillante e disastroso allo stesso tempo.

Credo che l’editor Bob Harras abbia avuto un’idea geniale per L’Era di Apocalisse. Era un piano editoriale molto coraggioso e, allo stesso tempo, un po’ caotico dal punto di vista narrativo. Le mie frustrazioni per quest’ultimo aspetto non diminuiscono in alcun modo l’orgoglio e la soddisfazione per il primo.

Gli X-Men dell’Era di Apocalisse

Sei anche lo sceneggiatore che, in X-Men #41, ha letteralmente “ucciso” il Professor Xavier, dando il via agli eventi di L’Era di Apocalisse. È stata una decisione editoriale, dettata dalle circostanze, o sei stato tu a volerla portare avanti?

Fabian Nicieza – Sono abbastanza sicuro che il fatto che la mia serie facesse da introduzione alla saga sia stato casuale: avrebbe potuto essere tranquillamente Uncanny X-Men.

Una volta stabilito quando L’Era di Apocalisse sarebbe iniziata, abbiamo definito come la storyline di Legion Quest avrebbe portato a quel punto e X-Men #41, probabilmente per questioni di calendario editoriale, è diventato il capitolo che dava il via alla storia.

X-Men #41: Legion Quest parte 4, albo dove muore Xavier e scatena l’Era di Apocalisse

Passiamo ai Thunderbolts: sei lo sceneggiatore che ha scritto più storie con il team creato da Kurt Busiek e Mark Bagley. È vero che consideri il tuo ciclo uno dei tuoi lavori migliori in Marvel, anche grazie alla collaborazione con alcuni dei migliori artisti dell’epoca?

Fabian Nicieza – È tra le cinque cose che preferisco tra quelle che ho fatto, ma non rientra nella top 3. È difficile entrare nella top 3 con una serie da cui sono stato licenziato due volte! 🙂

Amavo il concept, i personaggi, gli artisti con cui ho avuto modo di lavorare e la direzione editoriale che ha mantenuto la nave a galla.

Quando hai preso in mano Thunderbolts, su quali elementi e personaggi ti sei concentrato per dare alla serie una tua identità?

Fabian Nicieza – Una delle cose che mi è piaciuta di più quando ho iniziato è che, sei mesi dopo il mio primo numero, la maggior parte delle lettere continuava a essere indirizzata a “Kurt e Mark”, il che significava che molti lettori non si erano nemmeno accorti che fossi io a scrivere la serie.

Per me, quindi, si trattava molto meno di imporre una “mia identità” e molto più di rispettare quella del fumetto. Volevo semplicemente “mettere alla prova il motore” e far andare la macchina un po’ più veloce di prima, quindi mi sono concentrato soprattutto sull’accelerare le trame.

Sei tornato a scrivere Cable molti anni dopo, in un contesto diverso, nella miniserie Cable: United We Fall e in X-Force con una storia speciale per il numero 300. Il tuo approccio ai personaggi è rimasto lo stesso oppure è cambiato nel tempo?

Fabian Nicieza – Ho anche scritto la storia digitale di Cable & DeadpoolSplit Second” nel mezzo, poi raccolta in albi e in volume, quindi in realtà non c’è stata una grande pausa mentale tra un periodo e l’altro con il personaggio.

Il mio approccio a Cable cambia solo in base allo status quo del personaggio nella continuity nel momento in cui mi viene chiesto di scriverlo. Le sue circostanze modificano i parametri delle sue azioni, ma non necessariamente chi è come persona.

Oltre ai fumetti, negli ultimi anni hai scritto anche romanzi crime. Suburban Dicks segna il tuo debutto come romanziere: quanto è diverso, e magari più complesso, scrivere un romanzo rispetto a un fumetto?

Fabian Nicieza – È molto diverso in termini di struttura, ritmo, presentazione e tempo necessario per scrivere un libro, ma alla fine si tratta sempre di raccontare una storia.

Devi trovare un’idea interessante, ambientarla in un contesto interessante, con personaggi interessanti, e poi raccontarla. Facile, no?

Mi sto davvero godendo il fatto che la narrativa in prosa sia diventata il focus del mio lavoro in questa “fase finale” della mia carriera, perché volevo scrivere libri fin da bambino, ma da adulto non ero mai stato soddisfatto dei miei tentativi fino a Suburban Dicks.

Hai lavorato anche ai fumetti di Buffy l’ammazzavampiri. Com’è stato confrontarsi con un adattamento da una serie TV? E… ti sei divertito a scrivere una teenager che dà la caccia ai vampiri?

Fabian Nicieza – Questa è una domanda inaspettata! Amavo la serie TV ed ero felice di dare una mano alla Dark Horse e al mio ex collega sugli X-Men, Scott Lobdell, scrivendo episodi che lui aveva ideato e lavorando con un eccellente artista e narratore come Cliff Richards, quindi è stato onestamente solo un lavoro divertente di scrittura.

Il vero piacere per me è arrivato quando ho avuto l’opportunità di scrivere da solo l’ultimo arco narrativo della serie mensile, “A Stake to the Heart”, una storia di cui sono stato molto orgoglioso e che è stata accolta molto positivamente sia dall’editor che dai lettori.

Nel corso della tua carriera sei stato spesso associato alla scrittura di storie corali con team di supereroi. Ti senti più a tuo agio con i gruppi piuttosto che con storie incentrate su un singolo personaggio?

Fabian Nicieza – Non proprio. Ci sono stati aspetti più semplici o più complessi in entrambi i casi.

Spesso dipendeva dalle dinamiche tra i personaggi e dalle capacità dell’artista nel raccontare e rappresentare le espressioni, che potevano rendere una serie con protagonista un team più “facile” o più “difficile”.

C’è un fumetto, Marvel o di altro tipo, che ti piacerebbe ancora scrivere, nonostante la tua lunga carriera? O un titolo su cui non hai mai lavorato ma che ti affascina particolarmente?

Fabian Nicieza – Ci sono sicuramente personaggi mainstream su cui avrei sempre voluto fare un ciclo in passato, Captain America, Doctor Strange, Nightwing e Hawkman, tra gli altri, ma la parte importante è “in passato”.

Non ci penso più di quanto serva per rispondere a questa domanda. Scrivere fumetti di supereroi su incarico non è più la mia attività principale da molti anni.

Free Agents, tra gli ultimissimi lavori nel campo dei fumetti di Fabian Nicieza

Ultima domanda: cosa c’è nel futuro di Fabian Nicieza nei fumetti? Ci sono progetti in arrivo di cui puoi parlarci?

Fabian Nicieza – Attualmente sto lavorando al secondo arco narrativo di FREE AGENTS, la serie Image che co-scrivo con Kurt Busiek e disegnata da Stephen Mooney, che spero esca nel 2026. Per il resto, il mio focus principale è sulla narrativa in prosa.

Il mio terzo romanzo, provvisoriamente intitolato THE SIN PUPPET, un thriller psicologico con leggere sfumature fantascientifiche, uscirà nel 2027 per St. Martin’s Press e sto già iniziando a lavorare su un nuovo libro.

Potrei ricevere una chiamata domani da un editor di fumetti con una proposta, e accetterei o rifiuterei in base a vari fattori, ma non sto attivamente cercando lavoro nel mondo dei fumetti.

Grazie infinite a Fabian Nicieza per la bellissima intervista che ci ha rilasciato!


Fabian Nicieza: Biografia

Fabian Nicieza (Buenos Aires, 31 dicembre 1961) è uno sceneggiatore ed editor di fumetti argentino naturalizzato statunitense, noto soprattutto per il suo lavoro con la Marvel Comics.

Cresciuto nel New Jersey, inizia la sua carriera nell’editoria libraria presso la Berkley Publishing Group prima di entrare in Marvel nel 1985, dove lavora inizialmente nel reparto produzione e pubblicità. Parallelamente esordisce come sceneggiatore, ottenendo il primo grande successo con la serie New Warriors.

Negli anni ’90 diventa uno degli autori chiave degli X-Men, contribuendo alla creazione di personaggi come Deadpool insieme a Rob Liefeld e definendone la personalità. Lavora anche su serie come X-Force e Cable, diventando una figura centrale del fumetto supereroistico dell’epoca.

Nel corso della carriera collabora anche con la DC Comics e firma run importanti su titoli come Thunderbolts e Cable & Deadpool. Parallelamente si occupa di sviluppo narrativo per franchise e pubblica romanzi come Suburban Dicks.

Autore prolifico e versatile, Nicieza ha contribuito in modo decisivo alla costruzione dell’immaginario Marvel moderno.

Comics

The Walking Dead: il fumetto sugli zombie che parla di umanità

The Walking Dead, un fumetto che ha fatto la storia, consacrando Robert Kirkman come autore di punta dell’industria comics americana.

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Rick Grimes è un vice sceriffo che, risvegliatosi in una stanza di ospedale dopo essere stato in coma, si ritrova ingabbiato in un mondo che non riconosce. Niente elettricità, niente persone, stato di abbandono totale del territorio. Ma non è solo. Infatti le strade, i vicoli, le corsie ospedaliere dove si risveglia sono saturi di zombie. Inizia il suo viaggio, così come quello di The Walking Dead, il fumetto di cui parleremo in questo articolo.

Nella società moderna, appagati da ogni tipo di comodità a portata di mano e dalla sedentarietà cui siamo abituati, Rick si ritrova a doversi mettere in viaggio e riscoprire così l’anima nomade dell’uomo. Ogni tappa è mossa da una speranza e da un obiettivo: quella di ritrovare in vita sua moglie Lori e suo figlio Carl, quella di trovare maggiore protezione, quella di trovare amministratori che sappiano cosa stia accadendo a questo pazzo mondo. Ed ogni volta è più difficile partire perché come detto in precedenza, è facile galleggiare nella comodità piuttosto che avanzare verso qualcosa di ignoto. Lungo il cammino avvengono incontri, scontri, attriti. Decisioni sempre più complesse ed articolate da dover prendere per il bene comune. E così il concetto di famiglia si allarga a quello che dapprima è un gruppo ristretto di sopravvissuti sino a diventare la guida di un’intera comunità.

Il tempo passa, le difficoltà aumentano, le persone cambiano.

Carl, che abbiamo conosciuto bambino, lo ritroveremo adolescente e poi adulto. Vivere un mondo del genere, una situazione del genere, porta a saltare alcune delle fasi della crescita e di quelle che sono considerate basilari per la formazione del carattere e della solidità di una persona.

Si è trovato ad affrontare situazioni decisamente troppo grandi per lui e troppo in fretta: dall’abbandonare la propria casa, suo padre sul letto di un ospedale senza sapere se mai l’avrebbe rivisto. Padre che si trova a difendere dalla minaccia di Shane, uccidendo quest’ultimo. A sette anni la sua infanzia, la sua fragilità, la sua innocenza sparisce per sempre rendendolo uno dei personaggi più freddi ed induriti emotivamente dell’intera opera.

Durante la sua adolescenza conosce Negan, il leader della fazione dei Salvatori, nel quale vede il risvolto più cinico e folle dell’essere una guida e col quale instaura nel corso degli anni un rapporto uno a uno: discepolo e mentore da poter testare per scoprire il proprio io, per conoscere sino a che punto potersi spingere nelle emozioni e nelle azioni.

Nel salto temporale finale, Carl sarà il punto d’incontro tra vecchio e nuovo, una sorta di memoria storica che tramanda gli insegnamenti di Rick affinché non si dimentichi il percorso fatto per raggiungere lo stato attuale di pace della città e delle colonie.

Nonostante Rick sia il personaggio centrale attorno al quale ruotano le scelte, le decisioni e l’intera trama principale della storia, Negan resta il personaggio che più di tutti mi ha affascinato. Lo conosciamo come capo dei Salvatori, perfetto stereotipo di crudeltà e follia al servizio della comunità che guida col “pugno di ferro” e che con la stessa metodologia vuole conquistare il rispetto – e le risorse – delle comunità più piccole che incontra per strada. Dopo il massacro di Glenn sino a quel momento centrale e tra i più fidati compagni di Rick, l’estorsione psicologica verso lo stesso Rick, la derisione verso Carl per testarne l’integrità, inizia il suo vero percorso di decostruzione. Durante la sua prigionia ad Alexandria riceve sistematicamente le visite da parte di Carl, ma soprattutto quelle di Rick. Diventa un confidente, un amico, una sorta di voce della coscienza cui poter fare affidamento nonostante le divergenze. Addirittura in alcuni passaggi il lettore ha come l’impressione che la differenza tra i due leader si assottigli sino a quasi sparire. Il rispetto reciproco tra i due trova il suo culmine nel momento in cui Negan, evaso dalla sua cella, fa ritorno consegnando a Rick la testa di Alpha, leader dei Sussurratori e più grande minaccia per quella porzione di mondo che viene presa in considerazione. Infine Negan riuscirà a fare pace con se stesso e col suo passato sanguinario liberandosi di Lucille, la sua amata mazza da baseball coronata di filo spinato, simbolo della sua tirannia e delle sofferenze vissute prima della venuta dei vaganti.

Rick, l’eroe che prende in pugno le redini della situazione e della sua squadra non per scelta ma per necessità dopo la morte di Shane. Si trova inizialmente spaesato, legato com’è alla legge ed all’ordine. Lo vediamo in difficoltà quando deve prendere le prime decisioni contro tutto e tutti, e nonostante ciò riesce sempre ad avere l’appoggio e la fiducia del gruppo che guida e che si espande, che plasma in base ai suoi principi. Si troverà a dover prendere decisioni forti, drastiche ed in contrasto con i suoi ideali a tal punto da fargli ammettere “siamo noi i morti viventi”. Seppur spezzato nella sua morale, è sempre pronto a rialzarsi con l’unico obiettivo della salvaguardia degli altri e del gruppo, e del non perdere l’unica cosa che ci distingue dai vaganti: l’umanità. Per lui il percorso di crescita e cambiamento avviene anche dal punto di vista del fisico. Gli viene amputata la mano destra dal Governatore – altro antagonista degno di menzione – perché non vuole svelare la posizione esatta della prigione nella quale si è stanziato col suo gruppo, così come subirà un grave danno alla gamba causato da una colluttazione con Negan che lo costringerà alla zoppia.

Eppure non ci sono solo leader carismatici tra le pagine di questo fumetto, infatti trova spazio anche Eugene. Presentatoci come scienziato del governo centrale con in mano la chiave della cura per la pandemia, ben presto scopriamo che questa era solo una copertura per circondarsi di persone capaci di difenderlo o quantomeno non attaccarlo nel bel mezzo dell’azione. Un codardo, ma abbastanza scaltro da scamparla per diverso tempo, finché la fiducia dei suoi compagni d’avventura viene meno in virtù della scoperta della verità. Ed anche qui la crescita, la rinascita di un personaggio apparentemente inutile nel contesto in cui si ritrova, che si rimbocca le maniche sino a diventare fondamentale grazie alle sue conoscenze e competenze in campo scientifico/tecnologico. E’ grazie a lui ed al suo intelletto se vengono ripristinate le comunicazioni via radio, ed il funzionamento della ferrovia per collegare le cittadine che negli anni sono sorte. Ogni personaggio che incontriamo sarebbe meritevole di approfondimento, visto lo spessore narrativo che l’autore gli dedica. 

Ogni personaggio è mosso dal suo vissuto, dalle sue esperienze pre catastrofe, da quello che la vita gli ha dato da vivere dopo gli eventi iniziali. Sono legato a The Walking Dead proprio per questo, per come un espediente narrativo – quello dell’avvento di un’apocalisse zombie – diventi un viaggio introspettivo, la discesa nella profondità dell’animo umano e dell’emotività di ognuno dei superstiti che fa la differenza tra una scelta piuttosto che un’altra. Così come l’influenza degli altri, di chi abbiamo di fronte e chi incontriamo sia importante per la nostra esperienza e possa influenzare le scelte. Il lettore viene portato a riflettere, a ponderare assieme ai protagonisti aprendo ogni volta uno “sliding door” su cosa sarebbe potuto accadere se Rick o chiunque altro avesse preso una decisione differente.

Conclusioni, spin off e crossmedialità.

Come ogni storia che incontra il favore di pubblico e di critica, anche nel caso di The Walking Dead non sono mancate proposte sotto forma di altri media. Lo stesso Kirkman ha collaborato nella trasposizione come serie tv, che per sua ammissione e volontà ha preso una strada diversa rispetto alla trama originale. Prendono vita personaggi che non esistono nella versione cartacea ed allo stesso tempo vengono prese vie alternative da parte dei protagonisti rispetto al fumetto per creare qualcosa di nuovo e differente. Oltre a questa serie tv ne sono nate altre spinoff o sequel della stessa a seguire le vicende di alcuni personaggi o gruppi di superstiti, altre sono state annunciate e non è dato sapere se prenderanno o meno vita. Oltre al piccolo schermo è nato un videogioco ispirato al mondo creato dall’autore, che comprende i cameo di alcuni personaggi noti prima che incontrassero Rick sul loro cammino. Da questo è nato un sequel sotto forma di fumetto considerato canonico a tutti gli effetti in questo universo narrativo.

Con The Walking Dead Robert Kirkman tocca il suo apice narrativo, secondo lo scrivente. La forza di questa opera sta proprio nella sua capacità di raccontare la vita dei superstiti e della forza delle relazioni, di rendere partecipe il lettore e metterlo nella condizione di empatizzare anche con i villain. E’ capace di farci mettere piede nelle diverse località e di farci vivere secondo le leggi che le governano.

Ogni arco narrativo ci tiene col fiato sospeso ed ogni volta che pensiamo si stia attraversando un periodo di stabilità ecco che accade qualcosa che ci fa ricordare che in fondo è la lotta per la sopravvivenza e per l’autoconservazione che fa agire i vari attori, con uno sguardo al futuro ed alle generazioni che verranno. Il discorso finale di Rick è un manifesto di quelle che vogliono essere le fondamenta da cui la civiltà dovrà ripartire: la vera sopravvivenza coincide con la pace, la giustizia, la comunità e la cooperazione. Per quanto riguarda invece il comparto artistico, Tony Moore ha dato vita al mondo immaginato dall’autore utilizzando un tratto dettagliato ed espressivo che risulta sin troppo morbido per gli eventi che vengono narrati. Dal settimo numero viene sostituito da Charlie Adlard che riappacifica attraverso un tratto più grezzo, sporco, intriso di bianco/nero più marcati le macerie di un mondo alla rovina e di un’umanità oramai spezzata.

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Comics

Rob Liefeld: nuova polemica sui social contro Marvel

Rob Liefeld si scaglia sui social contro la Marvel in quanto nell’ultimo Omnibus dedicato a New Mutants viene riportato nei credits come solo disegnatore e non anche come sceneggiatore di alcune storie fondamentali

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Non è certo la prima volta che Rob Liefeld esprime pubblicamente il proprio malcontento nei confronti della Marvel, ma questa volta il co-creatore di Deadpool e tra i fondatori di Image Comics, sembra aver trovato un nuovo motivo per alzare i toni della polemica.

Tutto è nato dall’annuncio del quarto volume omnibus dedicato a The New Mutants. Dopo aver visionato il materiale promozionale diffuso dalla Casa delle Idee, Liefeld ha scoperto di essere stato accreditato esclusivamente come disegnatore all’interno del volume, senza alcun riferimento al suo contributo come sceneggiatore.

Una scelta che l’autore non ha affatto gradito e che lo ha spinto a sfogarsi sui social. Ecco quanto riportato dallo stesso Liefeld su X:

«Sì, nonostante abbia scritto i numeri più venduti di New Mutants mai pubblicati , non sono elencato [come autore]. È stato grazie ai miei scritti che i numeri dal 98 al 100 hanno venduto 2,2 milioni di copie. Si tratta di un numero superiore a quello dell’intero anno precedente al mio ingresso nel team. New Mutants vendeva 110.000 copie in un mare di fumetti degli X-Men che ne vendevano 350.000 e oltre» – Rob Liefeld

La critica di Liefeld non si è però fermata alla questione dei crediti. L’artista ha infatti allargato il discorso al rapporto storico tra Marvel e i suoi creatori, chiamando in causa alcune delle figure più importanti della storia del fumetto americano.

«In conclusione, la Marvel tratta i creatori come spazzatura. Lo ha sempre fatto. Jack Kirby li ha citati in giudizio. Per due decenni. Gli eredi vogliono insabbiare la questione ora che hanno raggiunto un accordo, ma a Jack la cosa ha fatto venire la nausea. Steve Ditko ha citato in giudizio la Marvel. Non possono fare a meno di trattare i creatori di magia come spazzatura»* – Rob Liefeld

*secondo quanto riportato da Popverse

Chi è Rob Liefeld e perché la sua opinione pesa

Nel bene e nel male, Rob Liefeld è una delle figure più influenti e divisive della storia moderna del fumetto statunitense. Durante la sua permanenza in Marvel contribuì alla creazione di personaggi destinati a diventare icone come Deadpool, Cable e Domino, prima di lasciare la casa editrice all’inizio degli anni Novanta insieme ad autori del calibro di Todd McFarlane, Jim Lee, Marc Silvestri, Whilce Portacio e Jim Valentino per dare vita a Image Comics.

Nel corso della sua carriera ha inoltre lavorato su serie come X-Force, Deathstroke e Hawk and Dove, oltre ad aver creato franchise originali molto apprezzati dai lettori come Youngblood, Brigade e Supreme.

L’autobiografia cancellata e il successo di Youngblood

Negli ultimi mesi Liefeld ha fatto parlare di sé anche per un’altra decisione sorprendente: la cancellazione della sua autobiografia, un progetto che sembrava ormai vicino alla pubblicazione.

Perché guardare indietro quando si può vivere nel presente e guardare avanti?“, ha spiegato l’autore. Liefeld ha inoltre raccontato di essersi scusato con il proprio editore e di aver persino restituito l’anticipo ricevuto per il libro.

Nel frattempo continua il successo negli Stati Uniti di Youngblood, la sua creatura più celebre in casa Image. Recentemente la serie ha raggiunto il traguardo simbolico del numero 100 considerando tutte le incarnazioni pubblicate nel corso degli anni. Per celebrare l’evento sono state realizzate diverse copertine variant firmate da autori come Robert Kirkman, Erik Larsen, Marc Silvestri, Jim Valentino, Whilce Portacio, George Perez e lo stesso Liefeld, che ha distribuito alcune edizioni esclusive tramite il proprio sito e attraverso l’app WhatNot.

Una polemica destinata a far discutere

Il tema dei diritti degli autori e del riconoscimento del loro contributo creativo continua a essere uno degli argomenti più delicati dell’industria fumettistica americana. Le parole di Liefeld riaccendono ancora una volta il dibattito sul rapporto tra grandi editori e creatori, una discussione che accompagna il settore praticamente da sempre.

Resta da vedere se la Marvel risponderà alle accuse o se la questione si chiuderà con un aggiornamento dei crediti dell’omnibus. Nel frattempo, Rob Liefeld ha ribadito ancora una volta una posizione che porta avanti da anni e che, inevitabilmente, continua a dividere lettori e addetti ai lavori.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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Comics

Quando Superman affrontò He-Man nello storico crossover tra Metropolis ed Eternia

44 anni fa Superman e He-Man si incontrarono in un fumetto, ben prima della serie animata de Masters of the Universe

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Nel corso della sua lunghissima storia editoriale, Superman ha incrociato il cammino di personaggi provenienti dagli universi più disparati. Tra questi figura anche He-Man, il leggendario campione di Eternia, protagonista di uno dei crossover più curiosi e affascinanti degli anni Ottanta.

Oggi che il Principe Adam è tornato al cinema con un nuovo adattamento dedicato ai Masters of the Universe, è interessante riscoprire una storia che molti appassionati hanno dimenticato: il primo incontro tra l’eroe della DC e il guerriero più potente di Eternia.

Un incontro nato negli anni d’oro di He-Man

Sia Superman sia He-Man rappresentano due delle figure più positive e idealiste della cultura pop. Entrambi combattono per difendere i rispettivi mondi dalle minacce del male, incarnando valori come coraggio, altruismo e giustizia.

Nel 1982, proprio mentre il fenomeno Masters of the Universe iniziava a conquistare il pubblico, la DC decise di mettere in scena un incontro destinato a rimanere nella storia. L’occasione arrivò con DC Comics Presents #47, albo che portò l’Uomo d’Acciaio direttamente nel mondo di Eternia.

La vicenda prende il via da un nuovo piano di Skeletor per impossessarsi del Castello di Grayskull. Le sue azioni provocano l’apertura di una frattura dimensionale nei cieli di Metropolis, attirando inevitabilmente l’attenzione di Superman. Intervenuto per indagare, l’eroe viene trascinato nell’universo di Eternia, dove si ritrova immediatamente coinvolto nello scontro contro Skeletor e Beast Man.

A complicare ulteriormente le cose c’è la magia, uno dei pochi elementi in grado di mettere in difficoltà il kryptoniano. Dopo un primo confronto sfavorevole, Superman viene soccorso dal Principe Adam e i due iniziano a collaborare per fermare la minaccia.

Lo scontro inevitabile tra due campioni

Come spesso accade nei grandi crossover fumettistici, l’alleanza tra i protagonisti passa inevitabilmente attraverso uno scontro diretto.

Skeletor riesce infatti a manipolare Superman tramite un potente incantesimo, trasformandolo in una pedina inconsapevole dei suoi piani. Il risultato è il combattimento che tutti i lettori aspettavano: He-Man contro l’Uomo d’Acciaio.

Realizzata da Paul Kupperberg e Curt Swan, la storia offre un duello spettacolare tra due personaggi apparentemente imbattibili. Pur seguendo una struttura narrativa tipica dei fumetti dell’epoca, l’albo riesce a valorizzare entrambi gli eroi e a restituire perfettamente l’atmosfera che avrebbe caratterizzato il franchise dei Masters of the Universe negli anni successivi.

Un fumetto che anticipò il cartone animato

Quando questo crossover vide la luce, He-Man non era ancora diventato il fenomeno televisivo che tutti ricordano. La celebre serie animata era infatti ancora in fase di sviluppo e il personaggio esisteva principalmente come linea di giocattoli.

Per questo motivo il fumetto assume un’importanza particolare: fu una delle prime opere a dare forma narrativa all’universo di Eternia, mostrando elementi che sarebbero poi diventati iconici. Dal Castello di Grayskull alle esagerate battute di Skeletor, molte delle caratteristiche che il pubblico avrebbe imparato ad amare erano già presenti tra queste pagine.

L’albo contribuì inoltre a definire il livello di potere dei protagonisti, offrendo ai lettori un punto di riferimento immediato. Se He-Man poteva reggere il confronto con Superman, allora era evidente che ci si trovava davanti a un eroe di primissimo piano.

Perché Superman era il partner ideale per He-Man

Affiancare il Principe Adam a Superman non fu una scelta casuale. Entrambi condividono numerose caratteristiche: sono eroi animati da nobili ideali, possiedono una forza straordinaria e rappresentano modelli positivi per il pubblico più giovane.

Utilizzare il personaggio più celebre della DC come termine di paragone consentì alla Mattel e alla DC di presentare immediatamente il mondo dei Masters of the Universe a una vasta platea di lettori. Allo stesso tempo, vedere Skeletor in grado di minacciare un avversario del calibro di Superman contribuì a rendere il villain ancora più credibile e pericoloso.

In questo senso, il crossover svolse perfettamente il suo compito: introdurre nuovi personaggi sfruttando la popolarità di un’icona già consolidata.

Un’avventura ancora oggi sottovalutata

Nonostante Superman abbia partecipato a innumerevoli crossover nel corso della sua carriera editoriale, quello con He-Man resta uno dei più particolari e meno celebrati dal grande pubblico.

L’atmosfera richiama le storie più fantasiose della Silver Age, mescolando supereroi, magia e dimensioni alternative in una narrazione semplice ma estremamente efficace. Inoltre, rappresenta una pietra miliare per i Masters of the Universe, essendo una delle prime occasioni in cui il franchise dimostrò tutto il proprio potenziale narrativo.

Il ritorno sul grande schermo

A oltre quarant’anni di distanza, sia Superman sia He-Man stanno vivendo una nuova stagione cinematografica. Le recenti incarnazioni dedicate ai due personaggi hanno puntato su un approccio che recupera lo spirito avventuroso e ottimista delle opere originali, senza rinunciare all’intrattenimento spettacolare.

In un periodo in cui molti spettatori sembrano apprezzare sempre più racconti sinceri e privi di eccessivo cinismo, entrambi gli eroi continuano a rappresentare un ideale di speranza e meraviglia. Proprio per questo motivo il crossover del 1982 conserva ancora oggi tutto il suo fascino: non è soltanto un curioso incontro tra due icone della cultura pop, ma anche la dimostrazione di quanto He-Man e Superman condividano la stessa essenza eroica.

Rileggere quella storica avventura significa tornare a un’epoca in cui l’immaginazione non aveva confini e in cui i mondi più diversi potevano incontrarsi per regalare ai lettori un’avventura indimenticabile.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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