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Essenza Ludica: Le sufficienze che spaccano – quando i giochi da 6 battono gli AAA

Su Essenza ludica si parla di quei giochi snobbati dalla critica, ma che mi hanno molto divertito

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Ai tempi della mia infanzia — più o meno all’epoca delle guerre puniche, quando il CRT scaldava più del termosifone e Internet era ancora fantascienza — capire se un gioco fosse bello era un atto di fede. Le riviste non sempre recensivano tutto, a volte non uscivano proprio, altre volte toppavano clamorosamente. Il passaparola era una scienza occulta fatta di amici, cugini e tizi loschi davanti al cabinato. Così ci si affidava all’istinto: una copertina minacciosa, due screenshot sgranati sul retro, un titolo che prometteva botte, mostri o esplosioni. E si comprava.

E si toppava. Spesso, si toppava alla grande.

Me lo ricordo benissimo. Io, giovane e imberbe, con gli occhioni da gatto di Shrek e il cuore gonfio di speranza, che rientro a casa stringendo la cartuccia come se fosse un artefatto sacro. La scatola profuma ancora di plastica nuova, le promesse stampate sopra gridano vendetta alla realtà, ma io ci credo. Ci credo fortissimo.

Gli amici accorrono, uno alla volta, richiamati da una forza misteriosa: si crea il capannello, si commenta la copertina, si fantasticano combo mai viste. La cartuccia entra nello slot con quel clack che sembra un giuramento. Tutti zitti. Tutti pronti. Sta per succedere la magia.

Schermo nero. Logo. E poi… dal cilindro non esce il coniglio bianco, ma esce un coniglio storpio. Zoppicante, confuso, con i controlli che non rispondono, la grafica che sembra aver perso una guerra e il silenzio imbarazzato che cala nella stanza. La magia svanisce. Qualcuno tossisce. Qualcun altro dice “forse migliora dopo”. Io fisso lo schermo, tradito ma già rassegnato.

E allora partiva la negazione, rapida e feroce. Avevi appena comprato un gioco, e per mesi non ce ne sarebbero stati altri: doveva essere bello. Non per forza subito, non per forza chiaramente, ma da qualche parte, scavando, il bello c’era. Bastava insistere. Bastava capirlo. Bastava “prenderci la mano”.

E poi c’era la questione diplomatica. Quel gioco non doveva solo intrattenere te per settimane, ma funzionare come merce di scambio. Doveva poter circolare, essere prestato, barattato temporaneamente con la roba figa degli amici. Non potevi presentarti con un titolo dichiaratamente brutto: perdevi credibilità, perdevi potere contrattuale. Quindi no, non era brutto. Era “particolare”. Era “difficile”. Era “avanti”. In ogni caso, brutto non poteva esserlo.

Ma ahimè, molte volte lo era davvero. Ricordo delusioni orrende e cocenti, giochi che si rivelavano indifendibili già dopo cinque minuti, sogni infranti senza appello. Ma di quelli parleremo un’altra volta, magari in un articolo terapeutico a parte.

Perché altre volte, invece, non c’era alcun bisogno di convincersi. Il gioco a me piaceva davvero. Mi prendeva, mi teneva lì, mi faceva tornare. Anche se gli amici lo schifavano con entusiasmo. Anche se le riviste lo punivano senza pietà. Oggi siamo qui per celebrare proprio quelli: una raccolta di brutti anatroccoli che per tutti erano errori di percorso, ma che per me — e spesso solo per me — erano cigni.

Su Essenza Ludica… il problema del 6

Per essere onesto, la maggior parte di questi titoli non era nemmeno spazzatura per la critica. Il problema è che il videogioco è sempre stato un settore dove ogni acquisto pesa. I giochi sono tanti, il tempo è poco, i soldi ancora meno. E quindi no: il 6 o il 7 non bastano. Non sono accettabili. Devi puntare al top, al capolavoro, a quello che “vale davvero la pena”. Tutto il resto è rumore di fondo.

E poi c’è un dettaglio che spesso si dimentica: la gente è molto più severa delle riviste. Perché le riviste recensivano tutto, il pubblico sceglieva. E quando scegli, sei spietato. Se un gioco non è eccellente, se non ti giustifica l’acquisto, se non regge il confronto con quello dell’amico, viene scartato senza appello. Proprio per questo, quei voti sufficienti — dignitosi, onesti, persino meritati — diventavano una condanna. Non erano brutti giochi. Erano semplicemente giochi che non potevano permettersi di esserlo abbastanza.

Alien Storm

Partiamo dal migliore della carrellata, quello che in realtà gioca quasi sporco: Alien Storm è, senza troppi giri di parole, un Golden Axe fantascientifico. Stessa struttura a scorrimento, stesso approccio immediato, ma al posto di spade e barbari ci sono alieni color evidenziatore, pistole laser e un’ironia da B-movie anni ’90 che Sega sapeva maneggiare benissimo. Si spara, si mena, si avanza. Fine. E funziona.

Tecnicamente è solido, veloce, leggibile, con una varietà di situazioni (le sezioni “shooting” a schermata fissa, le armi secondarie, i personaggi differenziati) che lo rendono più dinamico di quanto la sua fama da “Streets of Rage minore” lasci intendere. Non è rivoluzionario, non è memorabile come i grandi nomi del genere, ma è competente dall’inizio alla fine. Ed è proprio questo il suo problema.

Le riviste dell’epoca lo sapevano: Alien Storm viaggiava mediamente tra il 65% e il 75%, con una media intorno al 70%. Una sufficienza piena, convinta, senza entusiasmi. Il classico gioco che “fa il suo” e che per questo veniva automaticamente messo da parte quando c’era di meglio sullo scaffale. Eppure, pad alla mano, resta il più onesto e riuscito di tutti quelli di cui parleremo.

Il paradosso perfetto per aprire questa raccolta: un gioco che non è mai stato brutto… ma che non è mai stato considerato abbastanza per essere amato come meritava.

Per me, però, Alien Storm non è mai stato “solo” un buon beat ‘em up. È stato il mio primo gioco per Mega Drive. Il battesimo del fuoco. Quello che spacchetti con mani tremanti e poi spolpi senza pietà, perché è l’unico che hai. L’ho finito, rifinito, rigiocato fino a conoscerne i tempi, i nemici, le animazioni a memoria. E sì, ancora oggi un giro su emulatore glielo concedo volentieri, come si fa con i vecchi amici che non tradiscono mai.

Questa cosa è motivo di perenne discussione con il mio amico e co-autore di Essenza Ludica, che mi definisce senza mezzi termini un tarpano per amare Alien Storm.

Ma Alien Storm non ti chiede di essere raffinato, colto o esigente: ti chiede solo di menare alieni colorati per mezz’ora. E a volte, soprattutto ieri come oggi, è più che sufficiente.

The Combatribes (SNES)

Di The Combatribes ne abbiamo già parlato qui, e quindi non mi dilungherò: chi vuole il quadro completo sa dove trovarlo. Qui basta ricordare il punto chiave, quello che pesa come un macigno: la versione SNES peggiora sensibilmente l’arcade. Più lenta, più corta.

Le riviste, prevedibilmente, non furono clementi. I voti oscillavano tra il 50 e il 60%, a volte anche meno: sufficienza stiracchiata o bocciatura mascherata, con giudizi che parlavano di gioco legnoso, poco spettacolare, superato. Non era Final Fight, non era Streets of Rage, e pagò caro il confronto.

Eppure io ci ho giocato tantissimo. Con gusto. Senza ironia, senza difese preventive. Mi piaceva quel passo lento, quel senso di strada sporca, quella violenza meno coreografata e più ruvida. Era un gioco che non cercava di piacere a tutti, e forse per questo ha funzionato così bene con me.

Anche qui: non un capolavoro, non un titolo da copertina, ma uno di quei giochi da 6 che, pad alla mano, sapevano tenerti incollato molto più di quanto i numeri lasciassero intendere.

Pit-Fighter (Mega Drive)

Qui torniamo su Mega Drive, e qui sì, si parla di monnezza vera. Pit-Fighter è uno di quei nomi che si portano dietro una cattiva fama quasi mitologica. In sala giochi era divisivo già all’epoca: spettacolare da vedere, rumoroso, violento, ma giocato male. Col tempo, la memoria collettiva lo ha seppellito senza pietà. Le conversioni casalinghe hanno fatto il resto.

Su SNES, in particolare, fu considerato un mezzo disastro: lento, legnoso, frustrante. Le riviste lo punirono senza troppi complimenti, con voti che gravitavano attorno al 50%, quando andava bene. Anche l’arcade, col senno di poi, è stato rivalutato al ribasso: interessante come esperimento, ma spesso ricordato più per l’uso degli attori digitalizzati che per il gameplay.

E poi c’è il miracolo. Per qualche ragione tutta sua, su Mega Drive Pit-Fighter era divertente.

Non elegante, non raffinato, ma diretto, rozzo, immediato. Un gioco da accendere per spegnere il cervello, menare chiunque si muova e andare avanti senza farsi troppe domande. Io l’ho finito varie volte, senza mai chiedermi se fosse “buono” o “difendibile”. Mi prendeva. Punto.

E soprattutto: l’atmosfera. Quei ring luridi, quel senso di violenza da sottoscala, quella colonna sonora greve. Pit-Fighter non ti invita, ti butta dentro. È un gioco che non chiede amore, ma resistenza. Ed è proprio lì che, contro ogni logica critica, ha fatto breccia. Un voto basso, meritatissimo sulla carta, che pad alla mano diventava un piacere colpevole difficilissimo da mollare.

Nightmare Creatures (PlayStation)

Qui entriamo nel territorio dei voti storti e delle sensazioni giuste. Nightmare Creatures all’epoca non fu stroncato, ma nemmeno capito fino in fondo: le valutazioni si muovevano tra il 65 e il 75%, con una media intorno al 70%. Sufficienza piena, di quelle che non fanno rumore. Il classico “buone idee, esecuzione rivedibile”.

E rivedibile lo era davvero. Grafica orrenda, anche già nel ’97: modelli sgraziati, animazioni legnose, telecamera capricciosa. Molte idee erano chiaramente da rifinire, altre semplicemente troppo ambiziose per l’hardware. Eppure, pad alla mano, per me era divertentissimo. Perché Nightmare Creatures faceva una cosa che pochi action dell’epoca osavano fare: ti teneva costantemente in tensione.

Il motivo era geniale nella sua crudeltà: l’energia che cala inesorabile se non trovi e uccidi mostri in sequenza. Non puoi perdere tempo, non puoi esplorare con calma, non puoi rilassarti. Devi andare avanti, cercare, combattere. Sempre. Il gioco ti mette addosso una pressione continua che, combinata con l’ambientazione gotica e l’horror sporco da fine Ottocento malato, funziona dannatamente bene.

Oggi? È invecchiato malissimo. Malissimo davvero. È duro da guardare, duro da controllare, duro da consigliare. Ma resta uno di quei giochi che, all’epoca, riuscivano a fare una cosa fondamentale: farti sentire a disagio mentre ti divertivi. E non è poco, soprattutto per un “gioco da 6 e mezzo” che, ancora adesso, ricordo molto più nitidamente di tanti horror tecnicamente impeccabili.

Conan (PlayStation 2)

Conan è uno di quei giochi che la critica ha liquidato con un’alzata di spalle, e in effetti i numeri parlano chiaro: media intorno al 70-72%, sufficienza pulita, senza infamia e senza lode. Il giudizio era sempre lo stesso: derivativo, anonimo, poco ispirato. E avevano ragione. Quasi.

Perché sì: la grafica è brutta, sporca, già vecchia al day one. I modelli sono grezzi, le animazioni rigide, la direzione artistica piatta. È un gioco che non rischia nulla, non inventa niente, non aggiunge una virgola al genere action dell’epoca. È God of War senza il talento, senza la mitologia forte, senza la messa in scena.

Ma poi c’è il punto fondamentale: il gameplay è divertentissimo e ignorante. Violento, diretto, senza fronzoli. Si mena, si smembra, si avanza. Fine. Nessuna raffinatezza, nessuna ambizione autoriale, nessun messaggio. Ed è esattamente quello che deve essere.

Perché è Conan. E a Conan non chiedi profondità, chiedi muscoli, sangue e metallo. Chiedi di spegnere il cervello e accendere la furia. In questo, il gioco centra l’obiettivo in pieno. Non è elegante, non è memorabile, ma è coerente fino in fondo. E in un mare di action che volevano essere più intelligenti di quello che erano, Conan aveva almeno l’onestà di sapere chi voleva colpire.

Un altro sei e mezzo, forse sette stirato. Ma uno di quelli che, pad alla mano, facevano esattamente quello che promettevano. E a volte, davvero, cosa chiedere di più?

Captain America: Super Soldier (Xbox 360)

Facciamo chiarezza subito: Captain America: Super Soldier uscì su PlayStation 3, Xbox 360 e Wii, e ovunque la critica lo bocciò senza troppe cerimonie. I voti parlano chiaro: media intorno al 40-45%, roba da scaffale basso e sguardo imbarazzato. Gioco tie-in, anonimo, uscito in scia al film, quindi colpevole per definizione.

Eppure. Tolte le aspettative, tolto il confronto con gli Arkham “veri”, resta una verità scomoda: era un action puro, senza pretese, che sapeva divertire. Un gioco da accendere per mezz’ora, spegnere il cervello e andare avanti a botte. Nessuna ambizione narrativa, nessuna raffinatezza, nessun tentativo di sembrare più intelligente di quello che era.

Il cuore di tutto stava nel gameplay con lo scudo, ed era fatto sorprendentemente bene. Rimbalzi, parate, lanci concatenati, gestione dei nemici: finalmente Capitan America non era un tizio che prendeva a pugni la gente, ma uno che combatteva come Capitan America. Lo scudo non era un accessorio, era il centro del sistema.

Certo, il resto era debole: level design piatto, struttura ripetitiva, presentazione povera. Ma pad alla mano, funzionava. Non era un gran gioco, non era nemmeno un buon gioco secondo i canoni, ma era un sei stiracchiato che faceva il suo lavoro. E in mezzo a produzioni che promettevano cinema e consegnavano noia, questo piccolo action bocciato aveva almeno il merito di ricordarsi una cosa fondamentale: far divertire.

Disaster: Day of Crisis (Wii)

Chiudiamo con quello che, per me, è il caso più clamoroso di tutta la lista. Disaster: Day of Crisis venne accolto con una certa diffidenza e voti tra il 65 e il 70%, una sufficienza tiepida che su Wii suonava quasi come una condanna. Troppo strano, troppo diverso, troppo poco “Nintendo”. E sì, va detto subito: la grafica è orrenda. Grezza, confusa, tecnicamente povera anche per gli standard della console. Da quel punto di vista, indifendibile.

Ma poi lo giochi. E scopri che è divertentissimo, originale, avvincente come pochi altri. Un concentrato folle di idee: disastri naturali, sparatorie, quick time event, guida, sopravvivenza, pathos esagerato e personaggi sopra le righe. Un gioco che cambia continuamente pelle e non ti lascia mai respirare, nel bene e nel male. Ed è proprio questo il suo punto di forza.

Disaster non è elegante, non è rifinito, non è misurato. È sincero nella sua esagerazione, prende tutto sul serio come solo certi giochi giapponesi sanno fare, e riesce a tenerti incollato allo schermo nonostante (o forse grazie a) tutte le sue storture. È uno di quei titoli che non funzionano “a pezzi”, ma come esperienza complessiva sì, eccome.

Oggi lo difendo senza esitazioni e lo dico chiaramente: ne vorrei un remake. Uno vero, con una grafica decente, controlli moderni e lo stesso cuore folle. Perché sotto quella crosta tecnica imbarazzante c’è un gioco che osa, che sperimenta, che intrattiene. E che dimostra, ancora una volta, che un sei e mezzo può regalare molto più entusiasmo di tanti prodotti impeccabili e senz’anima.

C’è poi una cosa in Disaster che mi fa sorridere ogni volta, e che riassume perfettamente perché questo gioco è impossibile da odiare. Il protagonista, Ray — che nella mia testa attiva automaticamente “Hey Ray, ma tu chi sei” (se anche tu sai di cosa parlo, dovresti rivedere le tue scelte di vita) — rompe le casse prendendole a pugni.

Ora, direte: vabbè, è un gioco che prova a essere “realistico”, ma chi se ne importa, risparmiano sulle animazioni. Pugni al posto dei calci, delle armi, di qualsiasi cosa. Normale.

E invece no. Perché Ray i pugni li tira solo alle casse. A nessun altro. Non ai nemici, non alle persone, non alle creature ostili. Solo alle casse.

Quindi no, non è una scorciatoia. È una scelta consapevole. Qualcuno ha animato Ray che prende a pugni delle casse. Apposta.

Perché? Non lo so. Nessuno lo sa. Ed è proprio per questo che Disaster lo ami. È un gioco che prende decisioni assurde con una serietà incrollabile, come se fossero perfettamente normali. Ray non discute, non commenta, non si pone il problema: le casse si prendono a pugni e basta. Fine del ragionamento.

Ed è in momenti come questo che capisci tutto: Disaster: Day of Crisis è sbilenco, incoerente, a tratti ridicolo… ma è anche pieno di personalità, di quelle che non passano dai focus test. Un gioco che non sempre ha senso, ma ha cuore. E a volte, davvero, è più che sufficiente.

La morale buonista finale

Alla fine, questa non è una difesa dei giochi brutti. È una difesa del divertirsi. Perché tra voti, medie, classifiche e consenso, ci dimentichiamo troppo spesso che il videogioco è anche istinto, tempo speso bene, piacere immediato. Questi titoli non erano capolavori, non volevano esserlo, e spesso non ci riuscivano nemmeno per sbaglio. Ma funzionavano. Con me, almeno.

E se un gioco da 6 riesce a restarti addosso più di tanti AAA perfetti e senz’anima, forse il problema non è quel sei. Forse è tutto il resto.

Alla prossima puntata di Essenza Ludica!

PlayStation

Notizie videogiochi settimana: GTA 6, Crimson Desert e Starfield | Checkpoint

Scopri le notizie videogiochi settimana: GTA 6, il successo e le criticità di Crimson Desert, Starfield su PS5.

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Le notizie videogiochi settimana mettono in evidenza alcune delle dinamiche più rilevanti del settore, tra nuovi annunci, aggiornamenti sui titoli più attesi e sviluppi tecnologici. Dalle dichiarazioni su GTA 6 fino al lancio di Crimson Desert e alle novità su Starfield, il panorama gaming continua a evolversi rapidamente.


GTA VI: accessibilità per tutti i tipi di giocatori

Grand Theft Auto VI

Tra le notizie videogiochi settimana, spiccano le nuove dichiarazioni su GTA 6. Secondo quanto comunicato dai vertici di sviluppo, il titolo è stato progettato per essere fruibile con approcci differenti, adattandosi sia ai giocatori più esperti sia a un’utenza con meno tempo a disposizione.

L’obiettivo dichiarato è quello di mantenere la profondità tipica della serie, offrendo al contempo una struttura flessibile che permetta sessioni di gioco più brevi senza compromettere l’esperienza complessiva. Questo approccio mira a intercettare sia i fan storici della saga sia le nuove generazioni.


Crimson Desert: successo commerciale e criticità tecniche

Crimson Desert ha venduto 2 milioni di copie in un giorno - Gamesurf

Un altro punto centrale delle notizie videogiochi settimana riguarda Crimson Desert. Il suo lancio rappresenta uno dei casi più significativi della settimana. Il titolo ha raggiunto circa 2 milioni di copie vendute nelle prime 24 ore, confermando un forte interesse da parte del pubblico.

Tuttavia, la ricezione critica si è attestata su valori inferiori alle aspettative, con una media intorno all’80 su aggregatori come Metacritic e OpenCritic. Questo scostamento rispetto alle previsioni ha contribuito a un calo significativo del valore azionario di Pearl Abyss, con una perdita vicina al 30%.

Patch in arrivo e problemi ai controlli

Uno degli aspetti più discussi riguarda il sistema di controllo del gioco, ritenuto da molti utenti e analisti eccessivamente complesso e poco intuitivo. Le principali criticità includono:

  • combinazioni di tasti macchinose per azioni basilari
  • layout poco chiari
  • limitata personalizzazione dei comandi

Il team di sviluppo ha riconosciuto ufficialmente queste problematiche, annunciando una patch correttiva in arrivo che punta a semplificare e rendere più accessibile l’esperienza di gioco, con particolare attenzione all’utilizzo di mouse e tastiera.

Pearl Abyss Releases Second Features Overview Video Highlighting Combat and Progression in Crimson Desert - TriplePoint Newsroom

Problemi tecnici e supporto hardware

Sul fronte tecnico, è emersa l’incompatibilità del gioco con le GPU Intel Arc. In assenza di un supporto adeguato, Pearl Abyss ha invitato gli utenti interessati a richiedere il rimborso, dimostrando una gestione trasparente della situazione.


CD Projekt: nuova IP in pre-produzione

CD Projekt Achieves Second-Best Profits Ever in 2025 as New IP "Hadar" Enters Concept Phase - Simulation Daily

CD Projekt ha confermato che un nuovo progetto originale, distinto dalle saghe The Witcher e Cyberpunk 2077, è attualmente in fase di pre-produzione.

Al momento non sono disponibili dettagli concreti, ma la conferma evidenzia la volontà dello studio di espandere il proprio portfolio con nuove proprietà intellettuali.

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NVIDIA DLSS 5: innovazione e polemiche

NVIDIA ha presentato ufficialmente DLSS 5, una nuova evoluzione della tecnologia di upscaling basata su intelligenza artificiale.

Il sistema promette un salto qualitativo importante, introducendo miglioramenti avanzati nell’illuminazione e nei materiali, con un livello di realismo sempre più vicino a quello cinematografico. Tuttavia, l’utilizzo di questa tecnologia ha generato discussioni legate all’impatto sull’art direction originale dei giochi.

Ulteriori polemiche sono emerse in seguito all’utilizzo di titoli come Resident Evil Requiem e Assassin’s Creed Shadows nelle dimostrazioni, senza il coinvolgimento diretto dei rispettivi team di sviluppo.

NVIDIA DLSS 5 Delivers AI-Powered Breakthrough in Visual Fidelity for Games | NVIDIA Newsroom

We Spoke To Game Devs And All Of Them Hate DLSS 5: 'What The F***, Nvidia?'

We Tried Nvidia's DLSS 5: Is It Just an AI Image Filter, or the Future of PC Gaming?

Puoi leggere l’articolo originale di Nvidia qui: https://www.nvidia.com/en-us/geforce/news/dlss5-breakthrough-in-visual-fidelity-for-games/


Starfield arriva su PS5 con aggiornamenti e DLC

Starfield esce su PlayStation 5 il 7 aprile

Starfield arriverà su PlayStation 5 il 7 aprile 2026. La versione includerà miglioramenti grafici per PS5 Pro e sarà accompagnata da un importante aggiornamento gratuito.

Tra le novità principali:

  • esplorazione più libera tra i pianeti
  • nuovi veicoli e compagni
  • interazioni più approfondite con l’equipaggio
  • miglioramenti nella gestione degli avamposti

Contestualmente verrà pubblicata anche una nuova espansione narrativa, “Terra Narmada”, disponibile a pagamento.


The Elder Scrolls VI: sviluppo ancora lontano

 

Per quanto riguarda The Elder Scrolls VI, Todd Howard ha ridimensionato le aspettative, sottolineando che lo sviluppo procede senza fretta.

La priorità dello studio resta il supporto ai titoli attualmente sul mercato, che continuano a registrare un’ampia base di giocatori attivi.


Conclusione

Le notizie videogiochi settimana mettono insieme situazioni molto diverse tra loro: da un lato titoli giganteschi come GTA 6 che puntano a parlare a un pubblico sempre più ampio, dall’altro casi come Crimson Desert che dimostrano quanto sia difficile bilanciare ambizione e rifinitura al lancio.

Allo stesso tempo arrivano segnali chiari anche dalle aziende, tra nuove tecnologie come il DLSS 5, strategie sempre meno legate alle esclusive e progetti che richiederanno ancora diversi anni prima di concretizzarsi, come The Elder Scrolls VI.

Le prossime settimane serviranno soprattutto a capire quali di queste notizie avranno un impatto reale nel breve periodo e quali invece resteranno semplici anticipazioni. Nel frattempo, queste sono le principali notizie videogiochi settimana da tenere d’occhio.

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Approfondimenti e Curiosità

5 dischi e una vita – La maturità (PlayStation)

Su Essenza Ludica continua la serie di articoli dedicati alle classifiche dei migliori giochi per ogni console. Oggi tocca alla Playstation

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La PlayStation me la sono presa al lancio. O comunque abbastanza vicino da poter dire che c’ero dall’inizio. Era il periodo appena prima della maggiore età, e forse non è un caso che quella console sia rimasta legata proprio a quel passaggio.

Se il NES era la scoperta, il Mega Drive l’adolescenza e il Super Nintendo il lato più intimo di quegli anni, la PlayStation è stata la maturità. Mia, ma anche dell’industria videoludica.

Per la prima volta si sentiva chiaramente un cambio di paradigma.

E non è solo una questione di giochi. Non sono più cartucce, e non è solo un dettaglio tecnico.

Il passaggio ai CD portava con sé un cambio di ambizione: più spazio, più musica, più video, più narrazione. Il 3D diventava protagonista, le produzioni iniziavano a guardare al cinema, e i videogiochi smettevano di essere solo “giochi” per iniziare a prendersi sul serio.

E anche io, in qualche modo, facevo lo stesso.

Se c’è una cosa che distingue davvero la PlayStation dalle generazioni precedenti, è la sensazione di abbondanza. Non solo tanti giochi: troppi giochi. Una quantità quasi ingestibile, che rendeva impossibile anche solo avere un’idea di quello che usciva.

Le bancarelle. I CD masterizzati con copertine stampate male, i titoli scritti con pennarelli improbabili, le compilation assurde. Non serviva più andare in negozio, aspettare, scegliere con attenzione. I giochi giravano, passavano di mano, comparivano nei posti più impensabili.

E soprattutto: la PlayStation ce l’avevano tutti.

Non era più roba da “quello fissato con i videogiochi”. Era diventata un oggetto comune, quasi inevitabile. Il videogioco si era sdoganato definitivamente. Si giocava senza doverlo giustificare, senza sentirsi parte di una nicchia.

E poi c’era lui: l’amico col masterizzatore.

Figura mitologica di fine anni ’90, metà tecnico e metà divinità capricciosa. Decideva cosa passava, quando passava, e soprattutto a chi. Le sue liste di giochi erano più influenti delle recensioni sulle riviste. Se ti andava bene, uscivi con una pila di CD pronti a cambiare i tuoi pomeriggi. Se ti andava male, dovevi aspettare. O contrattare.

Era un ecosistema caotico, borderline, spesso improvvisato. Ma era anche il segno più evidente di un cambiamento: il videogioco non era più un lusso da scegliere con cura, ma un flusso continuo, accessibile, condiviso.

E nel bene o nel male, non sarebbe più tornato indietro.

Per questo questa top 5 è diversa dalle altre. Non perché sia più difficile — anche se lo è — ma perché qui i ricordi non sono solo legati al gioco in sé, ma a un momento preciso di passaggio. Cinque titoli che non hanno solo riempito pomeriggi, ma hanno accompagnato un cambiamento.

Come sempre, prima di entrare nella lista vera, bisogna togliere di mezzo gli “ovvi”. E sulla PlayStation, più che altrove, sono davvero tanti.

Grazie al razzo: gli ovvi

Se già con il Super Nintendo la lista degli “ovvi” rischiava di diventare ingestibile, con la PlayStation entriamo in un’altra dimensione. Qui non parliamo più solo di grandi giochi, ma di vere pietre miliari che hanno scolpito la storia del medium.

La quantità di titoli fondamentali usciti su PS1 è tale che qualsiasi elenco è, per forza, incompleto. Intere saghe sono nate o si sono consacrate qui. Generi interi hanno trovato una nuova forma. Il 3D ha smesso di essere una promessa ed è diventato realtà, con tutte le sue imperfezioni e tutte le sue rivoluzioni.

E soprattutto, molti di questi giochi non erano solo “famosi”: erano ovunque. Nelle case, nelle discussioni, nelle riviste, nei pomeriggi condivisi. Anche chi non era particolarmente appassionato finiva per conoscerli, giocarli, parlarne.

Per questo, più che altrove, questa sezione è una selezione forzata. Non perché manchino gli esempi, ma perché ce ne sono troppi. Quelli che seguono non sono tutti gli ovvi della PlayStation. Sono solo quelli impossibili da ignorare, i nomi che ancora oggi definiscono un’epoca.

E anche così, qualcuno resterà fuori, inevitabilmente.

L’horror che entrò in salotto

Quando parli di PlayStation, Resident Evil non è solo una saga ovvia. È proprio uno spartiacque.

Ricordo ancora la prima volta: una vera spettinata. Non tanto per la difficoltà, ma per l’impatto. Telecamere fisse, tensione costante, quel senso di vulnerabilità che fino a quel momento era rarissimo. Non riuscivo a credere che un gioco potesse creare quell’atmosfera.

E poi c’era il rito collettivo. I pomeriggi in cui uno giocava e altri tre o quattro guardavano in religioso silenzio, come davanti a un film. Anzi, più di un film: perché ogni porta aperta, ogni corridoio, ogni rumore poteva cambiare tutto.

Ho amato alla follia anche Resident Evil 3: Nemesis, forse più controverso, più action, meno “puro” per alcuni. Ma con un ritmo e una pressione costante che lo rendevano diverso, più diretto, quasi più cattivo.

Resident Evil non è stato solo un grande successo. È stato il momento in cui il videogioco ha capito di poter fare paura sul serio.

L’archeologia diventa icona

Accanto all’horror di Resident Evil, la PlayStation aveva anche un altro volto subito riconoscibile: Tomb Raider.

La saga di Tomb Raider è stata una delle prime a trasformare davvero il 3D in avventura. Esplorazione, enigmi ambientali, salti millimetrici e quel senso costante di solitudine tra rovine, templi e ambientazioni enormi per l’epoca. Non era solo azione: era scoperta.

E poi c’era Lara Croft, che in pochi mesi è diventata molto più di un personaggio. Era un’icona culturale, uno dei volti della PlayStation e del videogioco che stava cambiando pelle.

I primi capitoli avevano qualcosa di unico: un ritmo lento, quasi contemplativo, alternato a momenti di tensione improvvisa. Muoversi in quegli spazi, con controlli non sempre immediati ma incredibilmente precisi una volta capiti, dava una sensazione nuova. Più fisica, più “reale”.

Col tempo la formula si è evoluta, si è aperta più all’azione, ma quei primi Tomb Raider restano il momento in cui l’avventura tridimensionale ha trovato una sua identità.

E per molti, è stato anche il primo vero viaggio in un mondo 3D che sembrava esistere davvero.

Il videogioco che voleva essere cinema

Tra gli “ovvi” della PlayStation, Metal Gear Solid è forse quello che più di tutti rappresenta il salto di ambizione del medium.

Qui non si trattava più solo di giocare, ma di assistere — e partecipare — a qualcosa di diverso. Regia, doppiaggio, inquadrature, ritmo narrativo: tutto contribuiva a creare un’esperienza che guardava apertamente al cinema senza perdere la sua natura interattiva.

Dietro c’era Hideo Kojima, e si sentiva proprio. Ogni scelta sembrava voler dimostrare che il videogioco poteva raccontare storie in modo adulto, complesso, persino eccentrico.

E poi il gameplay: infiltrazione, pazienza, osservazione. Non vincevi sparando a tutto quello che si muoveva, ma capendo gli spazi, i tempi, i movimenti dei nemici. Una rivoluzione silenziosa.

Metal Gear Solid è uno di quei titoli che hanno ridefinito le aspettative. Dopo, semplicemente, non era più possibile tornare indietro.

La mascotte che tenne testa al 3D

In mezzo a tutte queste ambizioni cinematografiche e sperimentazioni, la PlayStation aveva anche bisogno di una mascotte. E quella mascotte è stata Crash Bandicoot.

La saga di Crash è riuscita in qualcosa di tutt’altro che scontato: portare il platform nell’era del 3D senza perdere immediatezza. Invece di puntare su mondi completamente aperti, i giochi di Naughty Dog sceglievano una struttura più controllata, quasi “a corridoio”, che rendeva tutto più leggibile e preciso.

Il risultato era un gameplay accessibile ma mai banale, fatto di tempismo, memorizzazione e riflessi. E soprattutto funzionava: Crash era immediato, divertente, perfetto anche per sessioni brevi.

Col tempo la serie si è evoluta, diventando più ricca e rifinita — soprattutto con i capitoli successivi — ma già il primo aveva centrato il punto: dimostrare che anche nel 3D si poteva costruire un platform solido e coinvolgente.

E mentre Lara esplorava tombe e Snake si infiltrava nelle basi nemiche, Crash girava per il mondo a rompere casse e raccogliere mele.

Ed era esattamente quello che serviva.

La guida diventa simulazione

Se Crash rappresentava il lato più immediato della PlayStation, Gran Turismo ne incarnava l’ambizione.

Qui non si trattava più di correre e basta. Si trattava di guidare. Con una cura per le auto, le licenze, le prestazioni che fino a quel momento su console non si era mai vista a questo livello.

Dietro c’era Polyphony Digital, e l’obiettivo era chiaro: avvicinare il videogioco alla simulazione reale. E ci riusciva. Non solo per la fisica o il comportamento delle vetture, ma per tutto il contorno: la progressione, i test di guida, la sensazione di costruirti lentamente un garage.

Gran Turismo non era immediato come altri titoli di corse. Richiedeva tempo, pazienza, dedizione. Ma proprio per questo dava una soddisfazione diversa.

È stato uno di quei giochi che hanno allargato il pubblico, attirando anche chi magari non era interessato ai videogiochi in senso stretto, ma lo era alle auto.

Anche io, che di automobili non ho mai capito nulla e non ho mai avuto alcun interesse nel farlo, sono rimasto attaccato mesi al mio garage virtuale.

E da lì in poi, le corse su console non sono state più le stesse.

Il calcio anche per chi non sopporta il calcio

Tra gli “ovvi” della PlayStation, FIFA 98: Road to World Cup è forse quello più trasversale di tutti.

È il gioco di calcio che ho giocato di più in vita mia. E la cosa paradossale è che il calcio, in generale, non mi interessa nemmeno.

Eppure qui funzionava tutto. Ritmo veloce, partite immediate, una struttura che ti faceva dire “ancora una” senza pensarci troppo. Non serviva essere appassionati: bastava prendere il pad e giocare.

Ma soprattutto c’era quell’intro. Song 2 che partiva e trasformava tutto. Bastavano quei primi secondi per entrare nel mood, per capire che stavi per iniziare qualcosa che sarebbe finito molto più tardi del previsto.

FIFA 98 non era solo un gioco sportivo. Era un rito condiviso, uno di quei titoli che finivano sempre nel giro di amici, anche tra chi non aveva mai seguito una partita in vita sua.

E questo, forse, è il suo merito più grande.

Il picchiaduro che fece scegliere una console

Tra gli “ovvi” della PlayStation, la saga di Tekken è una di quelle che non hanno solo segnato la console, ma anche le scelte di chi la comprava.

Nel mio caso è stato proprio così: Tekken 1 è stato il motivo per cui ho preso la PlayStation invece del Saturn. Bastò vederlo in movimento per capire da che parte stava il futuro dei picchiaduro in 3D.

E poi arrivò Tekken 3, e lì si passò da “grande gioco” a ossessione pura. Più fluido, più veloce, più tecnico. Era uno di quei titoli che ti spingevano a migliorare davvero, a imparare i personaggi, le combo, i tempi.

Ma il ricordo più vivido non è a casa.

È un pub a Londra, PlayStation collegata alla TV, Tekken 3 che gira e la situazione che degenera rapidamente: partono le sfide, poi le scommesse. Birre contro vittorie. Uno dopo l’altro.

Il risultato? Me ne sono andato ubriaco fradicio… ma con l’onore italiano intatto.

E forse è proprio questo il senso di Tekken su PlayStation: non solo un picchiaduro, ma un campo di battaglia sociale, dove si giocava per vincere. E, a quanto pare, anche per bere.

Il JRPG che diventò fenomeno globale

Tra gli “ovvi” della PlayStation, Final Fantasy VII è probabilmente il titolo che più di tutti ha trasformato un genere di nicchia in un fenomeno di massa.

Per molti è stato il primo vero incontro con il JRPG: storia ambiziosa, personaggi memorabili, sequenze in CGI che all’epoca sembravano fantascienza. Era enorme, in tutti i sensi. E aveva quella capacità rara di farti sentire parte di qualcosa di più grande, di un viaggio che andava oltre il semplice gioco.

Io ho amato molto anche Final Fantasy IX, forse meno celebrato ma più vicino allo spirito classico della serie. Più fiabesco, più leggero in superficie, ma con una profondità che emergeva col tempo. Un ritorno alle origini, ma con la maturità della PlayStation.

Final Fantasy VIII, invece, non mi ha mai preso davvero. E lo so, per molti è il migliore. Ma è proprio questo il bello di una serie così: ognuno ha il suo capitolo.

In ogni caso, Final Fantasy su PlayStation non è stato solo importante. È stato il momento in cui il genere è uscito definitivamente dalla nicchia ed è entrato nella cultura videoludica globale.

Menzioni onorevoli

Se gli “ovvi” della PlayStation sono tanti, le menzioni onorevoli sono praticamente infinite.

Questa è forse la prima console in cui mi rendo davvero conto di quanta roba sia rimasta fuori non per mancanza di qualità, ma per semplice sovrabbondanza. Giochi giocati tantissimo, altri sfiorati, altri ancora riscoperti dopo. Tutti, in un modo o nell’altro, parte dello stesso periodo.

Qui dentro non c’è una gerarchia precisa. Sono titoli che per un motivo o per un altro non sono entrati nella top 5, ma che avrebbero potuto farlo con una scelta leggermente diversa. O con un pomeriggio in più passato davanti alla TV.

E forse è proprio questo il punto: la PlayStation è stata la console delle possibilità. E queste sono quelle che, per poco, non sono diventate le mie cinque.

La violenza da sala giochi in salotto

Tra le menzioni onorevoli non può mancare Mortal Kombat 3.

Qui siamo nel territorio della sala giochi portata a casa senza troppi compromessi. Ritmo veloce, combo più strutturate rispetto ai capitoli precedenti, e quella violenza esagerata che all’epoca faceva ancora effetto.

Mortal Kombat 3 non era raffinato come altri picchiaduro della stessa generazione, ma aveva una cosa che funzionava sempre: l’impatto. Bastavano pochi secondi per trasformare una partita in una sfida vera, di quelle giocate con un misto di concentrazione e voglia di umiliare l’avversario con una fatality al momento giusto.

È uno di quei giochi che su PlayStation continuava a rappresentare perfettamente l’anima arcade: immediato, competitivo, rumoroso.

Non è entrato in top 5 perché, alla fine, racconta meno la mia PlayStation rispetto ad altri titoli. Ma se parliamo di ricordi da combattimento sul divano, è impossibile lasciarlo fuori.

L’eleganza della velocità

Tra le menzioni onorevoli c’è anche Ridge Racer Type 4, probabilmente uno dei giochi più stilosi dell’intera generazione.

Qui non si trattava solo di correre. C’era un’estetica precisa, quasi sofisticata: menu puliti, colori caldi, musica che accompagnava invece di spingere. Tutto contribuiva a creare un’atmosfera unica, più rilassata ma allo stesso tempo incredibilmente coinvolgente.

Alla guida era puro piacere arcade. Drift, traiettorie, controllo: immediato da prendere in mano, difficile da padroneggiare davvero. Non cercava la simulazione di Gran Turismo, ma una forma di guida più fluida, quasi musicale.

Ridge Racer Type 4 è uno di quei giochi che ancora oggi si ricordano per come ti facevano sentire, più che per quello che facevano. Non è entrato nella mia top 5, ma per eleganza e personalità ci è andato davvero vicino.

Il ritmo che cambiò tutto

Tra le menzioni onorevoli c’è anche PaRappa the Rapper, uno dei giochi più strani — e più importanti — dell’intera generazione.

Qui la PlayStation mostrava il suo lato più sperimentale: un rhythm game basato su rap, timing e sequenze da ripetere, con uno stile visivo completamente fuori dagli schemi. Personaggi bidimensionali, animazioni volutamente semplici, e un’identità che sembrava arrivare da un altro pianeta rispetto al resto della line-up.

È uno di quei titoli che hanno aperto strade nuove, dimostrando che il videogioco poteva essere anche altro: musica, ritmo, linguaggio.

Non è entrato nella mia top 5, ma solo perché merita uno spazio tutto suo. E infatti, su PaRappa ci tornerò con un articolo dedicato.

Lo shoot ‘em up che non mollava mai

Tra le menzioni onorevoli c’è anche RayStorm, uno dei miei sparatutto preferiti in assoluto.

Qui siamo nel territorio dello shooter puro, ma con una marcia in più. Visuale 3D, lock-on system, ritmo serrato e quella sensazione costante di essere sempre a un passo dal disastro. Non era solo questione di riflessi: dovevi gestire lo spazio, scegliere i bersagli, capire quando rischiare.

Era uno di quei giochi che ti prendevano e non ti mollavano più. Partita dopo partita, tentativo dopo tentativo, con la voglia di migliorare sempre un po’ di più.

Forse non è tra i titoli più rappresentativi della PlayStation in senso stretto, ma per me ha avuto un peso enorme. E ancora oggi resta uno di quelli che, appena partono, è difficile spegnere dopo una sola partita.

Il caos prima della simulazione

Tra le menzioni onorevoli c’è anche Destruction Derby, uno dei giochi che meglio rappresentano la PlayStation delle origini.

Qui non si trattava di guidare bene. Si trattava di distruggere. Auto che si accartocciavano, collisioni esagerate, arene pensate più per lo scontro che per la velocità. Era il 3D ancora grezzo, imperfetto, ma proprio per questo affascinante.

Destruction Derby aveva qualcosa di primitivo. Diretto, immediato, quasi ignorante nel suo approccio. Entravi, schiacciavi l’acceleratore e cercavi di restare in piedi mentre tutto intorno diventava un ammasso di lamiere.

Non era elegante, non era raffinato, ma funzionava. E soprattutto dava quella sensazione tipica dei primi anni PlayStation: tutto era nuovo, tutto era possibile, anche fare di un derby distruttivo uno dei giochi più memorabili del periodo.

L’horror che poteva stare tra gli ovvi

Non posso non citare anche Silent Hill, che probabilmente avrebbe potuto tranquillamente stare anche tra gli “ovvi”.

Se Resident Evil rappresentava l’horror più cinematografico e “strutturato”, Silent Hill era l’opposto: più sporco, più disturbante, più psicologico. Meno jumpscare, più disagio costante.

La nebbia, il suono della radio, quel senso continuo di smarrimento. Non era solo paura, era inquietudine. Una differenza sottile, ma enorme.

È uno di quei giochi che hanno definito un modo diverso di fare horror nei videogiochi, più adulto e meno spettacolare.

Non è entrato nella mia top 5, ma non per mancanza di valore. Semplicemente, la mia PlayStation è stata fatta anche di altro.

E forse è proprio questo il punto.

I miei cinque dischi

Ora arriva la parte più difficile: scegliere.

Perché qui non si tratta solo di grandi giochi. Si tratta di quelli che sono stati miei.

La PS1 è stata la console dell’abbondanza, delle possibilità infinite, dei CD che giravano, si scambiavano, si accumulavano. Ma in mezzo a tutto quel rumore, alcuni titoli si sono ritagliati uno spazio preciso. Non perché fossero i più importanti in assoluto, ma perché sono quelli che, per un motivo o per un altro, sono rimasti.

Questa non è una classifica dei migliori giochi PlayStation. Non potrebbe esserlo, e non avrebbe senso dopo aver citato monumenti come Metal Gear Solid o Final Fantasy.

Sono cinque giochi che hanno definito la mia PlayStation. Cinque dischi che, ancora oggi, appena partono, non ti riportano solo a un gioco… ma a un momento preciso.

E come sempre, è da lì che si comincia.

5 – Loaded

Loaded è esattamente il tipo di gioco che oggi faticheresti a spiegare a chi non c’era.

Violento, esagerato, sopra le righe. Un twin-stick shooter prima che il termine diventasse di uso comune, con visuale dall’alto, armi spropositate e livelli costruiti per farti fare una cosa sola: distruggere tutto.

Non era elegante. Non era raffinato. Ma funzionava.

Era la PlayStation più grezza, quella dei primi anni, quando il 3D era ancora acerbo e proprio per questo pieno di fascino. Texture sporche, ambientazioni cupe, personaggi borderline. C’era un’energia quasi anarchica, come se gli sviluppatori stessero ancora cercando di capire fino a dove potessero spingersi.

E io ci sono rimasto incollato.

Loaded è stato uno di quei giochi che partivano “per fare una partita veloce” e finivano per occupare interi pomeriggi. Non per la profondità, non per la narrazione, ma per quella soddisfazione immediata e quasi fisica nel ripulire lo schermo da qualsiasi cosa si muovesse.

Non è il titolo più importante della PlayStation. Ma è uno di quelli che più rappresentano la mia PlayStation.

E per questo, non poteva restare fuori.

4 – Syphon Filter

Se Loaded rappresenta la PlayStation più istintiva e caotica, Syphon Filter è il momento in cui la console prova a diventare adulta. Sul serio.

Qui entrano in gioco narrativa, ritmo cinematografico, missioni strutturate. Non era più solo “gioca e distruggi”, ma infiltrati, osserva, esegui. Una direzione che oggi diamo per scontata, ma all’epoca aveva un sapore completamente diverso.

E poi c’era lui, Gabe Logan. Un protagonista meno iconico di altri, forse, ma perfetto per quel tipo di esperienza: serio, concreto, senza troppe esagerazioni.

Syphon Filter aveva anche quella tipica rigidità del 3D di fine anni ’90: controlli non sempre immediati, movimenti un po’ legnosi. Ma una volta entrato nel ritmo, funzionava tutto. Anzi, quella stessa rigidità contribuiva a creare tensione.

E poi sì, impossibile non citare il taser. Uno di quei dettagli che restano impressi per sempre, a metà tra genialità e puro sadismo videoludico.

Non era rifinito come altri titoli dell’epoca, ma aveva una cosa fondamentale: ambizione. E per me è stato uno dei primi giochi a farmi sentire davvero dentro un’azione “cinematografica”.

La PlayStation che cresceva. E io con lei.

3 – Wipeout 2097

Dopo la PlayStation sporca e quella cinematografica, arriva quella che più di tutte definiva uno stile.

Wipeout 2097 non era solo un gioco di corse. Era suono, prima ancora che velocità.

La colonna sonora era qualcosa di completamente diverso rispetto a tutto quello che c’era su console in quel momento. Non un accompagnamento, ma un’identità. Tracce elettroniche vere, contemporanee, con artisti come The Prodigy che trasformavano ogni gara in un’esperienza quasi fisica.

Non stavi semplicemente guidando. Stavi entrando in un flusso.

Le piste scorrevano, le navicelle rispondevano secche, precise, e la musica spingeva tutto un gradino più in alto. Era ritmo puro. Un equilibrio perfetto tra controllo e velocità, tra concentrazione e trance.

Wipeout 2097 è stato uno dei primi giochi a farmi percepire davvero quanto il sonoro potesse cambiare tutto. Non solo migliorare un’esperienza, ma definirla completamente.

Era la PlayStation più “cool”, quella che sembrava parlare la lingua del presente. E ancora oggi, bastano pochi secondi di quella soundtrack per tornarci dentro senza sforzo.

2 – Suikoden

Se Wipeout era stile e velocità, Suikoden è stato il momento in cui la PlayStation mi ha ricordato da dove venivo.

Un JRPG classico, quasi “old school” già all’epoca, ma con una sua identità fortissima. Non cercava lo spettacolo a tutti i costi, non aveva le ambizioni cinematografiche di altri titoli della stessa generazione. Puntava su altro: ritmo, scrittura, costruzione del mondo.

E soprattutto sui personaggi.

I 108 protagonisti non erano solo un numero da copertina. Erano il cuore del gioco. Reclutarli, vederli entrare nella storia, contribuire in modi diversi alla crescita della tua base… era qualcosa di raro. Ti faceva sentire parte di un gruppo, non solo al centro di un’avventura.

C’era anche una semplicità disarmante nel sistema di gioco. Combattimenti veloci, progressione pulita, niente inutili complicazioni. Suikoden non ti faceva perdere tempo. Ti portava avanti, sempre.

In una generazione in cui il JRPG stava cambiando pelle e cercando nuove strade, lui restava fedele a una struttura più tradizionale, ma lo faceva con una sicurezza tale da risultare ancora oggi incredibilmente solido.

Non è il titolo più celebrato della PlayStation. Ma è uno di quelli a cui sono più legato.

E forse è proprio questo che lo rende perfetto per stare qui, a un passo dal primo posto.

1 – Castlevania: Symphony of the Night

Per me è un gioco monumentale.

Non ha inventato il genere — quello lo aveva già fatto Metroid — ma è quello che gli ha dato un nome. È qui che nasce davvero il termine metroidvania. È qui che il genere smette di essere una nicchia e diventa qualcosa di enorme.

Symphony of the Night è costruito su un’idea semplice e potentissima: esplori, cresci, torni indietro più forte. Ma lo fa con una naturalezza disarmante. Ogni stanza ti invita a essere esplorata, ogni abilità apre nuove possibilità, ogni deviazione sembra avere un senso.

E poi c’è il colpo di genio.

Il castello al rovescio.

Non era qualcosa che vedevi automaticamente. Se finivi il gioco “normalmente”, non appariva. Dovevi fare determinate cose, ottenere certi oggetti, capire che c’era altro sotto la superficie. E non era affatto scontato.

Era facilissimo perderselo.

E questo lo rende ancora più incredibile: metà gioco nascosta, non come bonus, ma come parte integrante dell’esperienza. Una scoperta vera, di quelle che oggi difficilmente esistono più. Quando ci arrivavi, capivi che quello che avevi giocato fino a quel momento era solo una parte del viaggio.

Symphony of the Night è pieno di scelte così. Elegante, profondo, stratificato. Un gioco che non ti prende per mano, ma ti premia se sei curioso.

Non è solo il miglior gioco della mia PlayStation. È uno di quelli che hanno definito cosa può essere un videogioco.

E ancora oggi, funziona come se fosse stato progettato ieri.

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Marathon: sbloccata la zona di fine gioco del Crio-archivio e il trailer risolvendo un ARG

I giocatori di Marathon possono sbloccare la zona di fine gioco del Crio-archivio e il relativo trailer risolvendo un ARG. Ecco tutti i dettagli!

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I giocatori di Marathon sbloccano la zona di fine gioco del Crio-archivio e il relativo trailer risolvendo un ARG

Ai corridori non resta che preparare le armi, radunare i compagni e affrontare la UESC Marathon

Altre notizie di Marathon della settimana: modalità classificata, modalità sperimentale per due giocatori e non solo

Benvenuti nel Crio-archivio

Non c’è silenzio in questi antichi saloni.

La prima zona di fine gioco di Marathon, il Crio-archivio, è disponibile a partire da ieri, h. 18:00 CET.

Dopo aver analizzato numerosi terminali, seguito coordinate e collaborato per risolvere l’ultimo ARG di Marathon, infatti, la community ha finalmente ottenuto accesso al relitto dell’omonima nave coloniale.

La zona si trova a bordo della UESC Marathon e promette combattimenti PvPvE ad alta intensità, segreti da scovare ed esfiltrazioni pericolose. Nella mappa, i giocatori troveranno sei regioni piene di capsule criogeniche, strutture mediche e aree di conservazione, oltre a sette depositi di massima sicurezza che offriranno oggetti di grande valore e armi uniche. Per accedere, i corridori dovranno aver raggiunto almeno il livello 25 e aver sbloccato tutte le fazioni, e potranno eseguire l’infiltrazione solo con dotazioni dal valore di almeno 5.000 crediti.

Associate ai progressi nel Crio-archivio, inoltre, ci saranno delle sfide del Codice che offriranno ricompense uniche, come stili (skin) per tutti e sei i telai, il titolo Maestria suprema e altro ancora.

Ulteriori informazioni sulla zona del Crio-archivio disponibili qui.

Modalità classificata di Marathon

Questo sabato, alle 18:00 CET, Marathon vedrà anche il debutto della modalità classificata. In essa, i giocatori saranno chiamati a mettere alla prova le loro capacità di sopravvivenza e a scalare la classifica competitiva, per dimostrare di essere i migliori corridori di Tau Ceti IV.

La modalità classificata offrirà due pool di matchmaking (corse a posta in gioco ridotta o posta in gioco elevata), ciascuno con requisiti d’accesso diversi in termini di quota equipaggiamento e olotag. Gli olotag, in particolare, saranno fondamentali per progredire: essi, infatti, determineranno gli obiettivi di punteggio, sbloccheranno dei premi di prestazione (se sottratti ai giocatori nemici) e potranno essere acquistati o trovati durante le partite. Le corse, infine, saranno arricchite da meccaniche aggiuntive, come i pezzetti di tag, i limiti di punti e i punteggi di squadra.

Le ricompense classificate della stagione 1 includeranno stili per le armi (skin), titoli, uno stile per il telaio distruttivo (skin) e non solo, e saranno determinate dal grado più alto raggiunto in stagione.

Ulteriori informazioni sulle modalità di punteggio e su come Bungie punterà ad aggiornare le corse classificate in base ai feedback dei giocatori sono disponibili in questo articolo.

La Collector’s Edition

I giocatori che desiderino vivere Marathon anche al di fuori del gioco possono ordinare la Collector’s Edition nel Bungie Store:

  • Tutti i contenuti dell’Edizione Deluxe (solo versione con codice di gioco)
  • Modellino telaio da furto scala 1:6 con luci a LED
  • WEAVEworm da collezione
  • Toppa ricamata termoadesiva
  • Sei cartoline decorate
  • Prisma esagonale con confezione premium e poster lenticolare
  • Vetrina da esposizione con grafiche ambientali esclusive
  • Elementi estetici di gioco aggiuntivi da acquistare tramite Bungie Store o PlayStation Direct:
    • emblema PRIMA TAPPA
    • sfondo PRIMA TAPPA

Informazioni su Marathon

In Marathon, i giocatori saccheggeranno la vecchia colonia di Tau Ceti IV utilizzando un telaio da corsa biocibernetico mentre cercheranno di sopravvivere e fare fortuna in un ambiente imprevedibile, affrontando forze di sicurezza e corridori rivali*. Marathon è disponibile nelle edizioni Standard e Deluxe per PlayStation 5, Xbox Series X|S e Steam con le funzionalità di Cross save e cross-play**.

Ultime notizie su Marathon

Social media di Marathon:

*Il gioco richiede una connessione a Internet e un abbonamento a pagamento su console (venduto a parte).
**Il Cross save richiede una connessione a Internet e, per ciascun sistema di gioco: 1) una copia del gioco di Marathon compatibile con il proprio sistema (altre versioni vendute separatamente); e 2) un account di sistema collegato al proprio account Bungie.net.

*Fonte: Comunicato Stampa

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