Videogiochi
Double Dragon: la rissa che ha fatto scuola (e tutto quello che è venuto dopo)
Su essenza ludica si parla di Double Dragon e dei suoi seguiti, in onore della scomparsa del suo autore
Ci sono giochi che nascono per farti passare il tempo, e poi ci sono quelli che finiscono per inventare un linguaggio. Double Dragon sta senza dubbi nella seconda categoria: non è stato il primo a mettere due tizi a menarsi su uno schermo, ma è stato il primo a far sembrare quella violenza una grammatica vera, un sistema fatto di ritmo, spazio e cooperazione. Nelle sale giochi di fine anni ’80, tra neon tremolanti e monetine sudate, significava una cosa sola: entravi in coppia e uscivi (forse) vincitore, dopo aver attraversato strade, fabbriche e covi criminali a suon di ginocchiate volanti.

Dietro questa rivoluzione c’era Yoshihisa Kishimoto, uno di quegli autori che non costruiscono carriere monumentali ma lasciano crateri. Partendo dal prototipo grezzo di Nekketsu Kōha Kunio-kun, Kishimoto ha capito che mancava ancora qualcosa: non bastava colpire, serviva muoversi nello spazio, dare profondità alla rissa, trasformare il caos in coreografia. Double Dragon è esattamente questo salto: il momento in cui il picchiaduro smette di essere una sequenza di botte e diventa un viaggio condiviso, scandito da avanzamenti laterali e nemici che non arrivano più “a turno”, ma ti accerchiano come in una vera rissa da marciapiede.
La recente scomparsa di Kishimoto è uno di quei momenti in cui l’industria si ferma — non per nostalgia, ma per riconoscere un debito. Kishimoto non è stato un nome da copertina per decenni, né un autore onnipresente, ma è uno di quelli che ha lasciato il segno quando contava davvero: nel momento in cui i videogiochi stavano ancora imparando a parlare. Questo articolo nasce esattamente da lì, da quell’impatto iniziale che ancora oggi risuona ogni volta che due sprite decidono di risolvere le cose a cazzotti su un piano orizzontale. Celebrarlo significa tornare all’origine del gesto, riconoscere che prima delle evoluzioni, delle iterazioni e delle nostalgie prefabbricate, c’è stato qualcuno che ha avuto l’intuizione giusta al momento giusto. E che, senza fare troppo rumore, ha cambiato per sempre il modo in cui i videogiochi mettono in scena la violenza, trasformandola in linguaggio.
E forse è proprio per questo che, a distanza di decenni, il gioco continua a essere ricordato non solo per quello che è, ma per tutto quello che ha reso possibile. Perché prima di Double Dragon il genere non aveva ancora trovato la sua voce. Dopo, non ha più smesso di urlare.
Double Dragon: Una ragazza, un pugno, e tutto il resto è vendetta

Tra il 1987 e i primi anni ’90, Double Dragon non era semplicemente presente in sala giochi: era inevitabile. Lo trovavi ovunque, tra un cabinato di guida e uno shooter spaziale, sempre circondato da un capannello di gente — chi giocava, chi aspettava il turno, chi osservava in religioso silenzio studiando le mosse migliori. Era uno di quei titoli che non avevano bisogno di presentazioni: bastava uno sguardo allo schermo per capire cosa stava succedendo, e perché fosse così difficile staccarsene.
Perdere Double Dragon all’epoca significava praticamente non aver vissuto la sala giochi. Non era solo un successo commerciale, era un punto di riferimento, un linguaggio comune tra giocatori di ogni età. Che tu fossi lì per giocare o solo per guardare, prima o poi ti ritrovavi coinvolto in quella rissa digitale, a tifare, consigliare o semplicemente aspettare il momento giusto per infilare la tua monetina e diventare parte della storia.
Bastano pochi secondi, e Double Dragon ti ha già detto tutto senza sprecare una parola. Marian trascinata via, un pugno secco, il corpo che crolla sull’asfalto: sipario alzato, zero spiegazioni, solo istinto. È l’estetica anni ’80 distillata nella sua forma più pura — diretta, brutale, quasi compiaciuta — e proprio per questo incredibilmente efficace. Non c’è tutorial, non c’è contesto: c’è un torto subito e una strada da percorrere per raddrizzarlo, un intero mondo costruito su due sequenze e una promessa di vendetta.
Da bambino quella scena era ipnotica. Restavi lì, incollato al cabinato, a guardare altri giocatori infilare monetine e partire per quella spedizione punitiva che sembrava infinita. Intorno, gli adulti — genitori compresi — storcevano il naso davanti a tutta quella violenza così esplicita, così poco filtrata, ma per noi era tutt’altro: era cinema in pixel, un rito di passaggio non dichiarato. Double Dragon non chiedeva permesso, non si giustificava. Ti prendeva per mano (o per il colletto) e ti buttava dentro una rissa che aveva il sapore di qualcosa di proibito, e quindi irresistibile.
E poi c’erano i pomeriggi interi spesi a fare “i doppi”, quella liturgia non scritta per cui Double Dragon diventava improvvisamente un gioco di squadra, un’alleanza temporanea tra sconosciuti uniti da un unico obiettivo: arrivare il più lontano possibile con una sola monetina. E la magia stava proprio lì, nel fatto che — a differenza di tanti mangiasoldi dell’epoca — si poteva davvero andare avanti. Con un po’ di pratica, memoria muscolare e qualche trucco sporco, il traguardo non sembrava più un miraggio.
Tipo la famigerata gomitata: quel colpo apparentemente innocuo che, se fatto con il giusto tempismo e orientamento, diventava un’arma devastante, capace di tenere a bada gruppi interi di nemici in una sorta di loop quasi rotto. Non era elegante, non era “fair”, ma era esattamente il tipo di scoperta che si diffondeva di bocca in bocca tra cabinati, trasformando ogni partita in una piccola lezione di sopravvivenza urbana.
E proprio quando pensavi di aver visto tutto, arrivava la stoccata finale: niente abbracci, niente celebrazioni. Solo uno sguardo e una verità brutale — per conquistare Marian, bisognava affrontarsi. Il compagno di viaggio diventava l’ultimo ostacolo, e quella cooperazione costruita a pugni si dissolveva in pochi secondi. Era il colpo di genio definitivo: Double Dragon non ti faceva solo giocare insieme, ti costringeva a chiederti quanto valesse davvero quell’alleanza.
Double Dragon II: Imparare di nuovo a menare le mani

Con Double Dragon II: The Revenge, la prima cosa che capisci è che non sei più nel territorio familiare del primo. Non perché cambi l’obiettivo — sempre botte, sempre strada — ma perché cambia il modo in cui le dai. Il nuovo sistema di controllo abbandona la logica “un tasto = un tipo di colpo” e introduce una soluzione tanto geniale quanto spiazzante: due pulsanti d’attacco, uno per il lato destro e uno per il sinistro del personaggio. Tradotto: non premi più per colpire, ma per decidere da che parte colpire.
È una piccola rivoluzione che all’inizio manda in tilt i riflessi di chi arrivava dal primo capitolo. Girarsi al momento sbagliato significava offrire la schiena, sbagliare lato voleva dire mangiarsi un pugno gratis. Ma una volta interiorizzato, il sistema apriva a un controllo molto più preciso del combattimento: gestione dello spazio, tempismo, lettura dei nemici. Non eri più solo uno che avanzava menando, ma qualcuno che dominava il ritmo dello scontro, quasi come in una coreografia.
Certo, restava quella cattiveria tutta arcade che non faceva sconti — anzi, qui più che mai — ma proprio per questo Double Dragon II sembrava chiederti un salto di qualità. Non bastava aver imparato il primo: bisognava reimparare a combattere. E per molti, tra una monetina e l’altra, è stato amore… o trauma puro.
Personalmente quel sistema non sono mai riuscito davvero a farlo mio fino in fondo. C’è sempre stato quel mezzo secondo di esitazione, quel dubbio sul lato giusto, che trasformava ogni scontro in qualcosa di leggermente meno istintivo rispetto al primo Double Dragon. Ed è anche per questo che alla fine il cuore mi ha sempre riportato lì, a quella immediatezza brutale e senza filtri. Ma sarebbe scorretto fermarsi a questo: Double Dragon II: The Revenge è un seguito costruito con una lucidità rara.
Non punta a stupire con un salto grafico — che infatti resta molto simile — ma lavora sulle situazioni, sull’intensità degli scontri e sulla varietà degli scenari. Piattaforme, trappole, nemici più aggressivi: tutto contribuisce a rendere il viaggio meno lineare e molto più imprevedibile. È un gioco che ti mette costantemente alla prova, che cerca di spingerti fuori dalla comfort zone del primo capitolo. E anche se non sempre riesce a essere “amico”, è proprio in questa voglia di osare che si sente la forza del progetto: non un semplice more of the same, ma un tentativo concreto di far evolvere la formula, anche a costo di farsi amare un po’ meno.
Double Dragon III: Il terzo round che nessuno aveva chiesto

Quando Double Dragon III: The Rosetta Stone fece capolino in sala giochi, anni dopo i fasti dei primi due capitoli, la reazione fu istintiva: entusiasmo puro. Era tornato Double Dragon, e tanto bastava per immaginare pomeriggi interi a fare i doppi, a riscoprire quella magia fatta di pugni sincronizzati e nemici scaraventati fuori schermo. Poi inserivi la monetina… e qualcosa non tornava. Anzi, non tornava proprio niente.
L’errore si sentiva subito, ma faticava a definirsi: il ritmo spezzato, i movimenti meno fluidi, una sensazione generale di rigidità che strideva con la naturalezza dei primi due. Non era più una sfida da affrontare e imparare, era un equilibrio costantemente falsato.
E così quello che doveva essere un ritorno trionfale si trasformava lentamente in una presa di coscienza: Double Dragon III non era l’evoluzione che aspettavamo, ma un episodio che sembrava aver perso il contatto con tutto quello che aveva reso grande la serie. Più che difficile, era frustrante. Più che innovativo, era snaturato. E l’esultanza iniziale lasciava spazio a una realizzazione amara: anche le leggende, ogni tanto, sbagliano strada.
La sensazione, col tempo, ha trovato anche le parole giuste: Double Dragon III è semplicemente legnoso. I movimenti hanno perso quella fluidità quasi “danzerina” dei primi due capitoli, gli impatti sembrano meno convincenti, e ogni azione sembra un filo in ritardo rispetto a quello che vorresti fare. È un Double Dragon che non scorre, ma inciampa.
Poi c’è la questione estetica, ed è qui che il gioco diventa davvero strano. La serie ci aveva abituato a un immaginario urbano sporco, credibile nella sua esagerazione: strade, fabbriche, bassifondi. Qui invece si parte per una sorta di viaggio globale alla caccia della… Stele di Rosetta. Sì, proprio quella. Il risultato è un mix di ambientazioni che sembrano scollegate tra loro, quasi esotiche nel senso più confuso del termine, perdendo completamente quell’identità da rissa metropolitana che era il cuore della saga.
E non è solo questione di “gusto”: molti giocatori all’epoca (e ancora oggi) hanno percepito questo capitolo come sbilanciato e artificioso, più interessato a complicare le cose che a migliorarle. Il sistema di acquisti in-game, i nemici spesso frustranti più che impegnativi, e un design che sembra costruito per rallentarti invece che per metterti alla prova in modo leale. In giro il giudizio tende a convergere sempre lì: non un disastro totale, ma un episodio che ha perso la bussola, sacrificando identità e giocabilità sull’altare di un’innovazione mal calibrata.
Il problema, in fondo, è uno solo: non sembra più Double Dragon. E per una serie che aveva costruito tutto su una sensazione così precisa e riconoscibile, è probabilmente il peccato più grave.
E poi c’era lui, il vero colpo basso: il sistema di acquisti in-game. Oggi siamo abituati a chiamarle microtransazioni, a discuterne nei forum e a digerirle (più o meno) nei free-to-play. Ma nel 1990, in sala giochi, era qualcosa di semplicemente inconcepibile. Quando ho capito che in Double Dragon III armi, mosse e perfino l’energia si compravano con soldi veri, la reazione è stata una sola: incredulità pura.
Non era più questione di abilità o di imparare i pattern dei nemici. Era un sistema che ti metteva con le spalle al muro: o pagavi, o arrancavi. E non si trattava di extra opzionali o scorciatoie per i meno pazienti — no, erano elementi fondamentali per proseguire. Senza certi potenziamenti il gioco diventava quasi ostile per principio, come se fosse progettato per ricordarti continuamente che stavi giocando alle sue condizioni, non alle tue.
Col senno di poi fa quasi impressione pensare a quanto fosse avanti (o indietro, a seconda dei punti di vista): una forma embrionale di monetizzazione aggressiva infilata dentro un arcade, anni prima che diventasse pratica diffusa. Ma all’epoca, per chi era cresciuto a pane e Double Dragon, è stata vissuta per quello che era davvero: una piccola disgrazia. Non solo perché svuotava le tasche, ma perché tradiva lo spirito stesso della serie, trasformando una sfida da imparare in un pedaggio da pagare.
Dopo Kishimoto: eredità, cloni e identità smarrita
Come ogni successo che si rispetti, Double Dragon all’epoca venne convertito praticamente su qualsiasi cosa avesse un processore e uno schermo — sì, anche su quello che oggi ricorderemmo affettuosamente come un tostapane con cartuccia. Ma è su Nintendo Entertainment System che molti, me compreso, hanno davvero consumato la trilogia… scoprendo però una verità curiosa: non erano conversioni, erano reinterpretazioni totali.
Il primo Double Dragon era già un oggetto strano: niente cooperativa simultanea, progressione a livelli, una struttura quasi episodica che lo rendeva diverso ma comunque affascinante, con una sua identità precisa. Poi arrivava Double Dragon II: The Revenge, ed era il colpo di scena: non solo prendeva le distanze dall’arcade, ma lo faceva per diventare qualcosa di migliore, più rifinito, più equilibrato, quasi un piccolo capolavoro domestico che viveva di luce propria.

E infine lui, Double Dragon III, che in un certo senso “manteneva la tradizione”… nel modo peggiore possibile. Pur essendo completamente diverso dalla controparte arcade — quindi senza nemmeno la scusa della fedeltà — riusciva comunque a ereditarne i difetti: sbilanciato, frustrante, a tratti quasi ostile al giocatore. Il risultato era un gioco che non solo non aveva nulla a che fare con la sala giochi, ma che sembrava aver perso anche quel minimo di buon senso necessario a renderlo divertente. Una chiusura amara per una trilogia che, almeno su NES, aveva dimostrato di saper reinventarsi… fino a inciampare rovinosamente proprio sul finale.
E poi c’erano le altre versioni, quelle che oggi vivono ai margini della memoria, come cassette dimenticate in fondo a un cassetto. Su Sega Master System il primo Double Dragon arrivò davvero e, pur con tutti i limiti del caso, si difendeva con una dignità quasi sorprendente: meno spettacolare, certo, ma ancora riconoscibile, ancora “lui”.
Su Sega Mega Drive invece la serie fece capolino fuori tempo massimo. Il primo Double Dragon uscì nel 1992, quando il genere aveva già iniziato a evolversi e la concorrenza si era fatta più feroce. Risultato: una presenza quasi fuori sincrono, tecnicamente valida ma priva di quell’impatto che aveva reso l’originale un fenomeno. Ancora più evanescente il caso di Double Dragon II: The Revenge, confinato al solo Giappone e diventato, di fatto, un piccolo oggetto misterioso per chi giocava in Occidente.
Quanto al PC Engine, qui serve davvero fare ordine: Double Dragon II: The Revenge non è la trasposizione arcade che molti immaginano, ma una rielaborazione del capitolo NES, espansa grazie al formato Super CD-ROM². Più che una conversione, è un’interpretazione — l’ennesima. Ed è forse proprio questo il filo rosso che lega tutte queste versioni: Double Dragon non è mai stato davvero lo stesso gioco due volte. Ogni piattaforma l’ha preso, smontato e ricostruito a modo suo, trasformandolo di volta in volta in qualcosa di familiare… ma mai identico.
Con Super Double Dragon — noto in Giappone come Return of Double Dragon — la serie prova a fare un salto diverso: non più rincorrere la sala giochi, ma espandere il concetto. Ed è impossibile non riconoscergli un’ambizione fuori scala. Il sistema di combattimento è densissimo, quasi sorprendente per l’epoca: una quantità notevole di mosse, prese, varianti, gestione delle armi. Sotto questo aspetto è probabilmente uno dei Double Dragon più profondi mai realizzati, un titolo che ti chiede di imparare davvero a combattere, non solo a sopravvivere.

Il problema è che tutta questa ricchezza si muove… lentamente. Troppo. I personaggi sembrano appesantiti, il ritmo generale si dilata, e quella sensazione di rissa istintiva che definiva la serie lascia spazio a qualcosa di più ragionato, ma anche meno immediato. È un Double Dragon che riflette, quando magari dovrebbe colpire.
E poi c’è quella crepa difficile da ignorare: l’aria di incompiuto. Non è una suggestione, è qualcosa che si sente pad alla mano. Sequenze che sembrano tronche, momenti che paiono preparare a un’evoluzione — magari un filmato, un raccordo narrativo — e invece si interrompono. E soprattutto quel finale che arriva quasi all’improvviso, come se mancasse un ultimo atto. Un gioco lungo, ricco, pieno di idee… ma con la sensazione costante che qualcosa sia rimasto sul tavolo di sviluppo.
Però proprio per questo Super Double Dragon resta un oggetto affascinante: un quarto capitolo ufficiale che prova a crescere, a stratificarsi, a diventare più complesso. Ci riesce, a tratti in modo brillante. Ma nel farlo perde parte della sua immediatezza… e soprattutto non riesce ad arrivare fino in fondo.
Per ritrovare un Double Dragon davvero in forma bisogna fare un salto parecchi anni avanti, fino a Double Dragon Neon. Sviluppato da WayForward Technologies, è probabilmente l’ultimo capitolo capace di capire davvero cosa rendesse speciale la serie… e allo stesso tempo di prendersi la libertà di riderci sopra.

Qui cambia tutto il tono: ironia a palate, citazioni anni ’80 sparate a raffica, villain sopra le righe e una colonna sonora che sembra uscita da una cassetta dimenticata in una Camaro. Ma sotto questa patina volutamente esagerata il cuore è solidissimo: il combat system è fluido, preciso, divertente nel senso più puro del termine, capace di restituire quella sensazione di controllo e soddisfazione che mancava da anni.
Certo, non è perfetto. Le ambientazioni ogni tanto deragliano — tra dimensioni strane, derive quasi fantascientifiche e scelte estetiche discutibili — e si allontanano da quell’immaginario urbano che definiva la serie. Ma è un difetto secondario, quasi il prezzo da pagare per un’operazione che funziona proprio perché non ha paura di osare.
Il risultato è un paradosso bellissimo: un Double Dragon che non si prende sul serio… ma che funziona maledettamente bene. E forse proprio per questo, per molti (me compreso), resta l’unico episodio davvero riuscito dopo il secondo. Non un ritorno alle origini, ma una reinterpretazione intelligente, consapevole e — cosa rarissima — davvero divertente.
Negli ultimi anni la serie ha continuato a riaffacciarsi, ma sempre con quella sensazione di non sapere bene cosa voler essere. Prima con Double Dragon IV, una sorta di seguito diretto dei capitoli NES, sviluppato da Arc System Works. Operazione nostalgia pura: grafica 8-bit, meccaniche volutamente retrò, e un tentativo dichiarato di riallacciarsi a Double Dragon II: The Revenge. Il problema è che, tolto il fascino iniziale, resta un gioco rigido, poco rifinito, più esercizio di stile che vera evoluzione. Carino sì, ma difficilmente memorabile.
Poi è arrivato Double Dragon Gaiden: Rise of the Dragons, che prova a mischiare le carte con una struttura roguelike. Idea interessante sulla carta, meno pad alla mano: progressione spezzettata, ritmo altalenante e quella sensazione costante di essere davanti a qualcosa che usa il nome Double Dragon più come etichetta che come identità. Non un disastro totale, ma nemmeno quel ritorno in forma che si poteva sperare — anzi, a tratti sembra quasi una versione “leggera”, poco incisiva.

E infine c’è l’ultimo arrivato, Double Dragon Revive, appena uscito o in dirittura d’arrivo a seconda delle piattaforme. Il tentativo è quello di riportare la serie in chiave moderna, con grafica 3D e un’impostazione più attuale. Ma le prime impressioni — almeno a pelle — non fanno gridare al miracolo: sembra uno di quei ritorni che inseguono il presente senza avere davvero qualcosa di nuovo da dire.

Il filo rosso è sempre lo stesso: dopo i fasti iniziali, Double Dragon ha continuato a esistere… ma raramente a colpire davvero.
Però, al di là degli alti e bassi della serie, Billy e Jimmy Lee non sono mai spariti davvero. Anzi, hanno continuato a riaffiorare qua e là come vere icone da cultura pop anni ’80. Li abbiamo ritrovati nel folle crossover Battletoads & Double Dragon, dove la loro serietà da strada si scontrava (letteralmente) con l’anarchia cartoonesca dei rospi, dando vita a uno dei mash-up più improbabili — e riusciti — dell’epoca.
E poi la deriva più curiosa: quella dei picchiaduro a incontri. Prima con Double Dragon, ispirato al film e sorprendentemente solido, e poi con Rage of the Dragons, erede spirituale neanche troppo mascherato. Non saranno pietre miliari del genere, ma dimostrano quanto quei personaggi si prestassero a essere reinventati anche fuori dal loro habitat naturale.

Già, perché nel frattempo era arrivato anche il cinema, con Double Dragon: un prodotto figlio del suo tempo, più kitsch che memorabile, ma perfettamente in linea con quell’immaginario sopra le righe che la serie aveva contribuito a costruire.
Segno che, al di là dei singoli episodi riusciti o meno, Double Dragon è riuscito in qualcosa di più raro: trasformarsi in simbolo. Non solo un gioco, ma un’idea riconoscibile, un pezzo di quell’immaginario condiviso fatto di giubbotti di pelle, pugni volanti e strade da ripulire. Anche quando i giochi inciampavano, loro — i fratelli Lee — restavano lì, pronti a tornare.
Videogiochi
Essenza Ludica – Pronto per il linciaggio: i capolavori che non mi sono piaciuti
Su Essenza Ludica si parla dei giochi che sono considerati capolavori, ma che a mio giudizio non sono tali
Qualche tempo fa, su Essenza Ludica , avevo confessato uno dei miei peccati videoludici preferiti: l’amore per giochi oggettivamente imperfetti, a volte persino bruttini, ma capaci di conquistarsi un posto speciale nella mia memoria. Quei titoli che la critica guardava con sufficienza e che io, invece, difendevo come un avvocato d’ufficio particolarmente testardo.
Oggi facciamo il percorso inverso.
Perché il videogioco, come qualsiasi forma d’arte o intrattenimento, vive anche di gusti personali, sensibilità e momenti della vita. E così può capitare che opere celebrate da pubblico e critica, consacrate nell’Olimpo dei capolavori e protette da schiere di fan più agguerrite di un boss finale in modalità difficile, semplicemente non riescano a fare breccia.
Attenzione: non sto dicendo che questi giochi siano brutti. Anzi, molti di loro sono titoli di enorme valore, innovativi, influenti e meritevoli di tutti gli elogi ricevuti. Semplicemente, tra loro e il sottoscritto non è mai scattata quella scintilla magica che trasforma una grande opera in un’esperienza indimenticabile.
Preparate quindi i forconi, affilate le tastiere e tenete pronti i commenti indignati: ecco alcuni dei videogiochi che tutti sembrano aver adorato… tranne me.
Essenza Ludica – I capolavori che non mi sono piaciuti: Pang
Partiamo con una vera istituzione delle sale giochi: Pang. Anzi, Pang, Super Pang e tutta quella famiglia di palline rimbalzanti che, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, sembrava aver conquistato ogni singolo cabinato disponibile sul pianeta. Entravi in una sala giochi e lui c’era. Andavi al bar per comprare una girella e lui c’era. Ti fermavi in uno stabilimento balneare, in una sala d’attesa o probabilmente nel retrobottega di un ferramenta, e da qualche parte trovavi sempre un cabinato di Pang pronto a divorarti le monetine.

Il successo, del resto, era facile da capire. La formula ideata da Mitchell Corporation era immediata, leggibile in pochi secondi e terribilmente coinvolgente: un omino armato di arpione, enormi sfere rimbalzanti da dividere in palline sempre più piccole e una difficoltà crescente capace di trasformare uno schermo apparentemente innocuo in un inferno geometrico. Una di quelle idee semplici che sembrano uscite da una lavagna durante una pausa caffè e che invece finiscono per generare un classico senza tempo.
Intorno a Pang si formò rapidamente una nutrita comunità di appassionati. C’erano quelli che conoscevano a memoria ogni livello, quelli che sfidavano gli amici per vedere chi arrivasse più lontano con una sola moneta e quelli che osservavano i giocatori più esperti con lo stesso rispetto riservato ai campioni olimpici. Per molti rappresenta ancora oggi uno dei simboli assoluti dell’epoca d’oro delle sale giochi, un titolo capace di mettere d’accordo giocatori occasionali e frequentatori seriali di cabinati.
Eppure, nonostante il suo successo e il suo status quasi leggendario, tra Pang e il sottoscritto non è mai nata una vera storia d’amore.
Il punto è che ancora oggi faccio fatica a spiegare fino in fondo perché Pang non mi abbia mai conquistato. Forse era quel gameplay che, per quanto brillante nella sua immediatezza, dopo un po’ mi dava l’impressione di girare sempre attorno alla stessa idea. Forse era una questione puramente estetica, perché sì, il colpo d’occhio era pulito e riconoscibile, ma non esattamente il tipo di meraviglia visiva capace di farmi spalancare la bocca davanti a un cabinato. E sia chiaro: l’originalità non gli mancava affatto. Anzi, a Pang va riconosciuto il merito di aver costruito un’identità fortissima partendo da una formula semplicissima. Solo che, evidentemente, quella formula non parlava la mia lingua.
Il vero problema, semmai, era la sua onnipresenza. Perché Pang non era solo un gioco di successo: era il coin-op che sembrava averti preceduto ovunque, come un parente invadente che trovi a ogni pranzo di famiglia senza averlo mai invitato. Da bambino entravo in un bar, vedevo un cabinato in fondo alla sala e il cuore partiva al galoppo. Magari stavolta c’era Double Dragon. O Final Fight. O una di quelle meraviglie a scorrimento piene di botte, esplosioni e personaggi grossi come armadi. Mi avvicinavo con la stessa speranza di un archeologo davanti a una tomba appena scoperta, già pregustando il momento in cui avrei infilato la moneta per vivere la mia piccola epopea da strada.
E invece no. Pang. Sempre Pang.
Dietro l’angolo? Pang. Nel baretto sul lungomare? Pang. Nel locale dove eri convinto di trovare finalmente il gioco della vita? Ancora lui, con quelle maledette palline rimbalzanti pronte a ricordarti che il destino, a volte, ha il sadismo di un gestore di sala giochi con gusti estremamente monotematici. Alla lunga non era più solo un videogioco: era diventato una presenza inevitabile, una specie di boss passivo-aggressivo piazzato all’ingresso di ogni mia speranza adolescenziale. E forse è anche per questo che, anni dopo, avrei sviluppato un’istintiva diffidenza per Puzzle Bobble: un altro amatissimo divoratore di cabinati, un altro titolo perfettamente rispettabile che, ai miei occhi, aveva soprattutto la colpa di occupare lo spazio che avrei voluto vedere riempito da ben altri capolavori. So benissimo perché Pang sia rimasto nel cuore di così tanti giocatori. Era immediato, riconoscibile, accessibile a chiunque e abbastanza bastardo da tenerti incollato al cabinato nel tentativo di migliorarti partita dopo partita. Aveva tutte le qualità del classico da sala: regole semplici da capire, una sfida crescente e quella capacità tutta arcade di trasformare un concetto elementare in una macchina perfetta per divorare gettoni e orgoglio personale.
Eppure, per quanto ne riconosca il valore storico e l’intelligenza della formula, per me Pang resterà sempre legato a una sensazione molto meno nobile: quella del coin-op sbagliato al momento sbagliato. Non il gioco brutto, non il gioco fallito, ma il gioco che trovavo sempre quando speravo di trovare altro. Una specie di antagonista involontario della mia infanzia da bar, il guardiano silenzioso che si frapponeva tra me e orde di teppisti da prendere a pugni, ninja da affrontare o astronavi da lanciare contro orde di nemici.
È un torto? Probabilmente sì. Pang non ha nessuna colpa se io sognavo Double Dragon e mi ritrovavo davanti un omino con l’arpione. Ma i rapporti con i videogiochi, come quelli con le persone, non sempre nascono da valutazioni razionali: a volte basta presentarsi troppe volte nel momento sbagliato per diventare, senza averne davvero colpa, il volto ufficiale della delusione.
Out Run
Se Pang era un habitué da bar e sala giochi, Out Run appartiene invece a quella categoria ancora più rara: il videogioco che, già al primo sguardo, sembrava prometterti uno stile di vita migliore. Arrivato nelle sale nel 1986 per mano di SEGA e di Yu Suzuki, Out Run non era semplicemente un gioco di corse: era una cartolina interattiva dell’edonismo anni Ottanta, un concentrato di sole, velocità e tamarraggine di lusso servito con la naturalezza di chi sa perfettamente di essere il più bello della stanza.

L’idea era semplicissima e proprio per questo micidiale: metterti al volante di una fiammante spider rossa chiaramente ispirata a una Ferrari Testarossa, con tanto di bionda seduta accanto, e lanciarti a tutta velocità lungo strade panoramiche piene di traffico, bivi e checkpoint da raggiungere prima che il tempo scadesse. Non c’erano campionati, classifiche di stagione o inutili sovrastrutture: c’erano la strada, il cronometro e quella meravigliosa illusione di stare facendo un viaggio invece che una gara. Una differenza sottile ma fondamentale, che all’epoca bastava a far sembrare Out Run qualcosa di molto più libero, elegante e cinematografico rispetto a tanti altri racing game.
Poi c’era tutto il contorno a trasformarlo in un’icona. Le ambientazioni luminose, il senso di velocità, i percorsi ramificati che ti permettevano di scegliere la strada a ogni bivio, e soprattutto la colonna sonora selezionabile dall’autoradio virtuale, con brani come Magical Sound Shower, Splash Wave e Passing Breeze che ancora oggi hanno il potere di evocare immediatamente palme, asfalto e ottimismo sintetico. Out Run non ti vendeva solo una corsa: ti vendeva un immaginario, un sogno da cartolina in cui la vita era tutta curve perfette, cielo azzurro e motori lanciati verso l’orizzonte.
Non a caso è rimasto uno dei grandi monumenti dell’epoca arcade, uno di quei giochi che hanno definito un genere e un’estetica, trasformando un semplice cabinato in una macchina per produrre desiderio, monetine e nostalgia.
Il problema, nel mio caso, è che tutta questa magia mi è sempre sembrata più bella da raccontare che da giocare. Out Run lo guardi e capisci subito perché sia diventato un mito: ha stile, personalità, una direzione artistica fortissima e quell’eleganza da poster anni Ottanta che ancora oggi gli permette di entrare in una stanza e prendersi tutta l’attenzione. Solo che, una volta passato il colpo d’occhio, io ci ho sempre trovato molto meno divertimento di quanto la sua fama lasciasse intendere.
Non mi ha mai dato quella scintilla che ti fa tornare ossessivamente sul cabinato per migliorarti, imparare ogni curva, spremere ogni gettone fino all’ultima possibilità. Certo, c’era il fascino del viaggio, la musica, il paesaggio da vacanza permanente e quella Ferrari non proprio Ferrari che sfrecciava tra palme e tramonti come se la vita fosse uno spot di profumi girato sull’asfalto. Ma al di là dell’estetica e dell’atmosfera, il gameplay mi ha sempre lasciato addosso una strana sensazione di leggerezza, quasi di inconsistenza. Non in senso tecnico, sia chiaro, ma proprio emotivo: finita la partita, raramente avevo la sensazione di aver vissuto qualcosa di davvero memorabile.
E poi c’era un altro dettaglio non proprio trascurabile: le partite duravano niente. Ma niente davvero. Il tempo di prendere confidenza con la strada, convincerti che forse stavolta sarebbe andata meglio, e zac: tempo scaduto, corsa finita, sogno californiano evaporato più in fretta di una granita lasciata al sole. Ora, è ovvio che parliamo di un coin-op anni Ottanta, quindi la brevità faceva parte del patto col diavolo e del piano industriale per prosciugare tasche e monetine. Però in Out Run questa sensazione, almeno per me, era ancora più marcata: non facevo in tempo a entrare davvero nel ritmo della partita che già mi ritrovavo davanti al game over, con la netta impressione di aver appena pagato un pedaggio per un giro panoramico più che per una vera sfida arcade.
E così, mentre per tanti Out Run era un sogno su ruote, per me è sempre rimasto soprattutto questo: un capolavoro di stile che ammiro sinceramente, ma con cui non sono mai riuscito a costruire un rapporto autentico. Un gioco che rispetto moltissimo, di cui riconosco importanza, carisma e influenza, ma che non mi ha mai lasciato addosso quella fame di un’altra partita che, per me, distingue un classico da un semplice monumento.
Forse è proprio questo il punto: Out Run non mi ha mai dato l’impressione di essere un gioco da amare con le mani, ma un gioco da ammirare con gli occhi. Un monumento lucidissimo, elegantissimo, iconico quanto si vuole, ma che nel mio caso ha sempre acceso più la fascinazione che il coinvolgimento. Lo guardavo, ne riconoscevo il fascino, capivo perfettamente perché per tanti fosse una pietra miliare. Poi però prendevo il volante, giocavo qualche partita e ne uscivo con la stessa sensazione che si prova dopo aver fatto un giro su una decappottabile presa a noleggio: bello, piacevole, anche suggestivo… ma non abbastanza da volerci costruire un rapporto serio.
È uno di quei casi in cui la testa si inchina, ma il cuore resta seduto. Perché sì, Out Run è storia del videogioco, è stile puro, è l’arcade che ti vende il sogno di una vacanza infinita a 300 all’ora. Solo che io, evidentemente, in quella vacanza mi sono annoiato prima degli altri.
Super Castlevania 4
Se c’è un gioco che, sulla carta, avrebbe dovuto conquistarmi senza nemmeno combattere, quello è Super Castlevania IV. Pubblicato da Konami su Super Nintendo nel 1991, è uno di quei titoli che sembrano costruiti in laboratorio per diventare leggenda: un grande classico della serie, una vetrina tecnica per i primi anni dello SNES e, per moltissimi appassionati, uno dei vertici assoluti dell’epopea di Simon Belmont.

Alla base c’è la solita, gloriosa liturgia castlevaniana: Dracula è tornato, la Transilvania è di nuovo un posto immobiliare poco raccomandabile e tocca a Simon Belmont rimettere ordine a colpi di frusta. Il bello di Super Castlevania IV, però, è il modo in cui prende la struttura del primo Castlevania e la reinterpreta in chiave 16 bit, trasformandola in un viaggio gotico più ricco, più spettacolare e molto più teatrale. Si parte tra cimiteri, foreste e rovine battute dalla pioggia, per poi addentrarsi nel castello tra cripte, sale da ballo spettrali, caverne, corridoi infestati e ogni altra amenità che un signore della notte degno di questo nome dovrebbe tenere in casa.
Il gameplay resta quello del classico action platform a scorrimento, fatto di salti, nemici piazzati con sadismo scientifico, trappole, piattaforme mobili e boss pronti a trasformare ogni errore in una lezione di umiltà. La grande novità, quella che all’epoca fece spalancare più di una mascella, era una gestione della frusta molto più libera rispetto ai vecchi episodi: Simon può colpire in più direzioni, usarla per agganciarsi in alcuni punti e persino rotearla per parare proiettili e minacce. Un arsenale di movimenti che rendeva il protagonista meno rigido rispetto agli antenati NES e dava al tutto una fluidità quasi lussuosa per gli standard della serie.
A fare il resto ci pensavano l’atmosfera e la confezione. Super Castlevania IV è un gioco che trasuda gotico da ogni sprite: fondali scuri, piogge torrenziali, lampadari, ossa, mostri, nebbie e una colonna sonora monumentale che alterna nuovi brani a riletture di temi storici con una sicurezza quasi arrogante. È uno di quei titoli che non si limitano a chiederti di arrivare ai titoli di coda: vogliono trascinarti dentro il loro castello, farti respirare la polvere delle cripte e convincerti che prendere a frustate scheletri e demoni sia, tutto sommato, un ottimo modo di passare il pomeriggio.
Eppure, nonostante tutte le sue qualità, Super Castlevania IV è uno di quei giochi con cui non sono mai riuscito a entrare davvero in sintonia. Lo rispetto, ne riconosco il valore, capisco perfettamente perché venga ricordato con tanta reverenza, ma ogni volta che mi ci metto davanti finisco per provare la stessa sensazione: ammirazione, sì; entusiasmo, molto meno.
Il problema, banalmente, è che l’ho sempre trovato troppo lento e legnoso per i miei gusti. Non nel senso di mal realizzato, sia chiaro, ma proprio nel ritmo complessivo dell’esperienza. Simon Belmont si muove con quella pesantezza quasi rituale che per molti è parte integrante del fascino della serie, mentre per me ha sempre rappresentato una piccola barriera tra il gioco e il divertimento. Ogni salto, ogni colpo di frusta, ogni avanzamento tra piattaforme, nemici e ostacoli mi trasmetteva più prudenza che adrenalina, più attenzione che coinvolgimento. E io, molto semplicemente, da un action platform di questo calibro mi aspettavo di sentirmi trascinato, non trattenuto.
È una questione di feeling, più che di qualità oggettiva. Super Castlevania IV ha atmosfera da vendere, una presentazione splendida e un’identità fortissima, ma quando si arriva al momento decisivo — quello in cui il gioco smette di essere un oggetto da ammirare e diventa qualcosa da giocare per puro piacere — nel mio caso si inceppa tutto. Non provavo quella fame di andare avanti, quella scarica di adrenalina che mi spinge a superare un passaggio difficile per vedere cosa c’è dopo. Andavo avanti con rispetto, quasi con senso del dovere, ma raramente con autentico entusiasmo.
Ed è proprio per questo che, pur considerandolo un buon gioco, non sono mai riuscito a metterlo sul piedistallo dei classici imprescindibili. Per molti è uno dei grandi gioielli del Super Nintendo e uno dei punti più alti della saga. Per me è rimasto soprattutto un titolo di indubbio valore, sì, ma anche un’esperienza un po’ troppo compassata, un po’ troppo rigida, un po’ troppo poco divertente per meritarsi quel tipo di devozione assoluta.
Forse è proprio questo il destino di Super Castlevania IV nel mio personale pantheon videoludico: quello di classico da rispettare più che da amare. Un gioco a cui riconosco mestiere, atmosfera, peso storico e una confezione degna della nobiltà Konami dei tempi migliori, ma che non è mai riuscito a trasformare quella stima in autentico trasporto. Lo guardo, ne colgo il valore, capisco perché tanti lo considerino un capolavoro. Poi però ci gioco e continuo a sentirmi come un ospite educato a una festa bellissima organizzata per qualcun altro.
Ed è forse questa la sintesi più onesta possibile: Super Castlevania IV mi piace più come idea che come esperienza. Più come monumento che come partita. Più come tappa fondamentale della storia della serie che come gioco capace di farmi venire voglia di impugnare di nuovo la frusta una volta spento lo SNES. Un buon titolo, senza dubbio. Un classico assoluto, per quanto mi riguarda, no.
Super Ghouls ’n Ghosts
Se Super Castlevania IV è uno dei grandi totem gotici del Super Nintendo, Super Ghouls ’n Ghosts appartiene a una categoria ancora più specifica e temibile: quella dei giochi che non si limitano a sfidarti, ma sembrano nutrirsi attivamente della tua umiliazione. Pubblicato da Capcom su SNES nel 1991, è il terzo capitolo della storica saga di Ghosts ’n Goblins e porta avanti con fierezza tutto ciò che la serie ha sempre rappresentato: platform d’azione, ambientazione horror-fantasy, orde di mostri e una difficoltà così feroce da trasformare ogni partita in un negoziato serrato tra orgoglio, memoria muscolare e desiderio di lanciare il pad fuori dalla finestra.

La premessa, del resto, è quella di una fiaba cavalleresca filtrata attraverso la mente di qualcuno che evidentemente odiava i bambini. Il prode cavaliere Arthur si gode un momento di pace con la principessa Prin-Prin quando il regno viene invaso da demoni, non morti e ogni genere di creatura infernale. Risultato: la principessa viene rapita, il castello sprofonda nel caos e tocca ancora una volta ad Arthur lanciarsi in un viaggio tra cimiteri, villaggi in fiamme, foreste maledette, torri infestate e orrori assortiti, armato di lance, coltelli, torce e di un guardaroba che, come da tradizione, tende a ridursi molto rapidamente a un paio di boxer a cuoricini.
La struttura è quella classica della serie: livelli a scorrimento, salti millimetrici, nemici piazzati con precisione chirurgica per sabotare il tuo tempismo e un sistema di controllo che fa del peso e dell’inerzia di Arthur una parte integrante della sfida. Non è un action frenetico nel senso moderno del termine: è un gioco costruito sulla disciplina, sulla memorizzazione e sulla capacità di convivere con il fallimento senza trasformarsi in un essere rancoroso. A rendere il tutto ancora più iconico ci pensano le armi alternative, i forzieri nascosti, l’armatura magica, i boss e soprattutto quella celebre crudeltà da vecchia scuola che culmina nella storica beffa del doppio completamento: finisci il gioco? Bene, adesso rifallo da capo per il finale vero. Perché evidentemente soffrire una volta sola sarebbe stato troppo misericordioso.
Anche sul piano audiovisivo, Super Ghouls ’n Ghosts è uno di quei titoli che sanno farsi ricordare. La pixel art è ricca, dettagliata, spesso splendida nel mescolare macabro e fiabesco, mentre la colonna sonora accompagna il massacro con temi incalzanti e solenni, perfetti per dare a tutta l’avventura il tono di una crociata disperata contro l’inferno. È, in sostanza, uno dei giochi simbolo del Super Nintendo e una delle incarnazioni più celebri della difficoltà arcade trapiantata su console: amato, temuto, celebrato e spesso citato come prova definitiva di virilità videoludica da chiunque abbia ancora traumi irrisolti legati ai 16 bit.
Il mio problema con Super Ghouls ’n Ghosts, però, è che ogni volta finisco per guardarlo con gli occhi un po’ ingrati di chi non riesce a smettere di pensare al capitolo precedente. Perché sì, questo episodio è splendido da vedere, iconico, ricchissimo di atmosfera e tecnicamente ineccepibile. Ma pad alla mano mi ha sempre dato la sensazione di essere, paradossalmente, un passo indietro proprio dove contava di più: nel gameplay.
Il confronto con Ghouls ’n Ghosts, per me, è inevitabile. In quel gioco c’era una fluidità d’azione che, pur dentro tutta la rigidità sadica tipica della saga, mi dava la sensazione di avere qualche strumento in più per affrontare l’inferno. In Super Ghouls ’n Ghosts, invece, ho sempre sofferto enormemente una scelta in particolare: l’impossibilità di sparare verso l’alto e verso il basso. Un dettaglio? Per niente. In un gioco costruito attorno a nemici che sbucano da ogni direzione, piattaforme infami, pattern pensati per punire il minimo errore e una difficoltà già di per sé poco incline alla misericordia, togliere quella libertà di tiro significa irrigidire tutto il sistema in modo pesante.
Ed è qui che scatta la mia frustrazione. Perché una cosa è una difficoltà costruita attorno al level design, al tempismo e alla padronanza delle meccaniche; un’altra è la sensazione che parte della sfida derivi da limitazioni che il gioco precedente aveva già superato meglio. In Super Ghouls ’n Ghosts ho sempre percepito questa scelta come un artificio che rende la salita ancora più ripida senza davvero migliorarne il piacere. Non mi faceva pensare “devo diventare più bravo”, ma più spesso “perché devo combattere anche contro un sistema meno flessibile del dovuto?”.
Il paradosso è che tutto il resto spinge nella direzione opposta. Visivamente è un gioiello: uno dei giochi più belli del primo SNES, con una pixel art sontuosa, un immaginario gotico-fantasy magnifico e una presentazione che urla Capcom da ogni sprite. Ma proprio per questo la delusione si fa ancora più evidente. Perché sotto quella confezione da classico assoluto io ho sempre sentito battere un cuore ludico meno brillante del predecessore, più rigido, più punitivo in modo poco elegante. Un gran gioco, sì. Un capolavoro superiore a ciò che era venuto prima, per quanto mi riguarda, proprio no.
Ed è questo, in fondo, il motivo per cui non riesco a metterlo sul piedistallo su cui molti lo hanno collocato da decenni. Super Ghouls ’n Ghosts è uno di quei giochi che rispetto profondamente, anche solo per la sua presenza scenica, per il suo peso storico e per la capacità di incarnare un certo modo feroce e orgogliosamente arcade di intendere il videogioco. Ma ogni volta che lo riprendo in mano finisco per avere la stessa impressione: quella di un’opera sontuosa che, sotto il vestito migliore, nasconde un gameplay meno ispirato di quanto la sua fama vorrebbe far credere.
Forse è persino più frustrante così, perché non stiamo parlando di un brutto gioco né di un episodio minore da liquidare con sufficienza. Stiamo parlando di un titolo magnifico da vedere, importantissimo, amatissimo, ma che ai miei occhi resta segnato da una piccola grande involuzione proprio nel momento in cui conta davvero: quando smette di essere un’icona da contemplare e diventa una sfida da affrontare. E lì, per me, il paragone con Ghouls ’n Ghosts continua a essere impietoso. Super Ghouls ’n Ghosts sarà anche il capitolo più celebrato. Io, però, continuo a preferire quello più divertente.
Sonic the Hedgehog
Sono conscio che qui alcuni verranno a cercarmi a casa, ma oramai l’ho detto.
Se c’è un personaggio che ha incarnato l’orgoglio arcade e domestico di SEGA nei primi anni Novanta, quello è senza dubbio Sonic the Hedgehog. Uscito su Mega Drive nel 1991, il debutto del porcospino blu non fu semplicemente un nuovo platform mascotte: fu una dichiarazione d’intenti, una risposta frontale al dominio di Nintendo e di Mario, un modo per dire al mondo che SEGA non voleva limitarsi a partecipare alla guerra delle console, ma aveva tutta l’intenzione di correrle incontro a velocità supersonica.

Il concept era tanto semplice quanto perfetto per l’epoca: prendere la struttura del platform bidimensionale classico e pomparla di velocità, colori sgargianti, attitudine da adolescente strafottente e level design costruiti attorno a rampe, molle, loop, discese, anelli da raccogliere e nemici robotici da demolire in corsa. Al posto del placido idraulico baffuto c’era una creatura blu con le scarpe rosse, lo sguardo sfrontato e la voglia di trasformare ogni livello in un parco giochi lanciato a cento all’ora.
La trama, come da tradizione dell’epoca, era poco più di un pretesto: il malvagio Dr. Robotnik rapisce gli animali e li intrappola dentro macchine e robot, e Sonic parte all’attacco per fermarlo attraversando una serie di zone che sarebbero diventate iconiche per un’intera generazione. Green Hill Zone, con i suoi prati smeraldo e i loop da cartolina, resta ancora oggi una delle aperture più riconoscibili della storia del medium, ma tutto il gioco lavora per costruire un’identità fortissima: paesaggi tropicali, caverne, rovine, fabbriche, labirinti acquatici e fortezze meccaniche, il tutto confezionato con quella brillantezza cromatica che il Mega Drive sfoggiava come un distintivo.
Sul piano del gameplay, Sonic si presentava come un platform meno basato sulla precisione millimetrica e più sullo slancio, sull’inerzia e sul ritmo. Bisognava imparare a gestire accelerazioni, rimbalzi, pendenze, ostacoli e nemici senza perdere il controllo, in un equilibrio costante tra il desiderio di correre come un forsennato e la necessità di capire cosa diavolo stesse arrivando sullo schermo mezzo secondo dopo. Era un gioco che voleva sembrare veloce, giovane, aggressivo, quasi “cool” in un’epoca in cui i videogiochi iniziavano a vendersi anche come questione di immagine e identità.
E in effetti Sonic the Hedgehog fu esattamente questo: un successo enorme, un simbolo generazionale, il titolo che contribuì a trasformare SEGA da alternativa credibile a protagonista assoluta della prima metà degli anni Novanta. Per molti è ancora oggi un classico intoccabile, un platform seminale e il punto di partenza di una delle icone più riconoscibili dell’intera storia videoludica. In pratica, un gioco su cui parlare male equivale a prenotarsi volontariamente una seduta di lapidazione pubblica.
E la cosa più beffarda è che, all’inizio, Sonic mi aveva conquistato eccome. Lo comprai d’importazione, e già questo bastava a dargli quell’aura quasi mitologica che avevano certi giochi nei primi anni Novanta: la confezione diversa, il fascino dell’oggetto “arrivato da fuori”, la sensazione di avere tra le mani un pezzo di futuro. Poi accendevi il Mega Drive e partiva Green Hill Zone con i suoi colori sparati, i loop, le molle, la musica trascinante, quella velocità che sembrava urlarti in faccia che il platform del futuro sarebbe stato questo e basta. Nei primi minuti ero estasiato. Sonic non sembrava solo un videogioco: sembrava un manifesto generazionale con le scarpe rosse.
Il problema è che quell’entusiasmo, pad alla mano, ha iniziato a sgretolarsi abbastanza in fretta. Perché Sonic ti vende un’idea chiarissima: corri, sfreccia, buttati giù dalle discese, attraversa il livello come una scheggia impazzita e goditi il senso di velocità. È tutta lì la sua identità, il suo marketing, la sua faccia da mascotte cool costruita apposta per prendere a schiaffi la compostezza di Mario. Peccato che, nel momento in cui provi davvero a giocarlo come ti suggerisce lui, il gioco inizi a punirti con una puntualità quasi comica. Corri troppo e ti schianti contro un nemico piazzato fuori tempo, un ostacolo invisibile mezzo secondo prima, una trappola, una piattaforma mal posizionata o una voragine che ti ricorda brutalmente come il porcospino più veloce del mondo, in fondo, sia spesso vittima del level design.
Ed è qui che il rapporto si è incrinato. Perché più andavo avanti, più mi rendevo conto che Sonic funzionava meglio quando smetteva di essere Sonic. Se volevi finirlo davvero, se volevi superare i livelli più infami, evitare di perdere anelli come un bancomat difettoso e arrivare in fondo senza impazzire, dovevi rallentare. Osservare. Procedere con cautela. Trattarlo quasi come un platform tradizionale, facendo a pugni con quell’idea di velocità che invece il gioco continua a sbandierarti davanti al naso come un venditore di auto usate particolarmente aggressivo. E per me questa è sempre stata una contraddizione difficile da digerire: un gioco che ti invita a correre ma ti premia davvero solo quando smetti di farlo mi è sembrato, col tempo, una specie di promessa tradita.
A peggiorare le cose c’era anche un altro dettaglio molto concreto: per me Sonic era troppo lungo per essere goduto tutto d’un fiato. All’inizio la meraviglia regge, eccome se regge. Ma man mano che si va avanti, tra livelli meno immediati, sezioni più macchinose e un ritmo che perde quella freschezza iniziale, il viaggio comincia ad affaticarsi. L’effetto “wow” di Green Hill e delle prime ore non basta più a trascinarti fino in fondo, e quel senso di spettacolo velocissimo lascia spazio a una progressione più laboriosa, meno naturale, quasi faticosa. Risultato: un gioco che nelle prime battute mi sembrava una rivoluzione, ma che col passare del tempo mi ha lasciato soprattutto la sensazione di essere molto più bello come promessa che come esperienza completa.
Forse è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, faccio fatica a considerare il primo Sonic un classico assoluto. Ne riconosco senza problemi il peso storico, l’impatto culturale, l’importanza per SEGA e persino il fascino quasi irripetibile di quei primi minuti in cui sembra davvero di avere tra le mani il platform del futuro. Ma quando l’entusiasmo iniziale si deposita e resta soltanto il gioco, io continuo a trovarmi davanti a un’esperienza che mi manda segnali contrastanti: mi invita a correre, poi mi punisce se lo faccio; mi promette adrenalina, poi mi costringe alla cautela; si presenta come una scheggia impazzita, ma spesso si lascia godere solo rallentando.
Ed è una contraddizione che, col tempo, ha finito per pesarmi più del dovuto. Per molti Sonic è il manifesto definitivo della velocità in 2D, il simbolo di un’epoca e uno dei platform più importanti di sempre. Per me resta soprattutto un gioco capace di folgorarmi al primo sguardo e di deludermi un po’ di più a ogni livello successivo. Un titolo iconico, senza dubbio. Un titolo importante, certamente. Ma anche uno di quei casi in cui il mito corre molto più veloce del divertimento.
Videogiochi
Checkpoint rassegna videoludica settimanale: Xbox, Resident Evil, Kingdom Hearts
Checkpoint la rassegna videoludica settimanale con la crisi Xbox Resident Evil Code Veronica, Kingdom Hearts IV e Italian Videogame Awards
Benvenuti alla Checkpoint rassegna videoludica settimanale. Gli ultimi giorni hanno portato una valanga di aggiornamenti sul fronte Xbox, tra difficoltà economiche, riorganizzazioni interne e una strategia sulle esclusive in piena ridefinizione. E poi ancora Capcom con il remake di Resident Evil Code Veronica, Square Enix con Kingdom Hearts IV e i vincitori degli Italian Videogame Awards 2026.
Checkpoint: la crisi Xbox nella rassegna di questa settimana

Asha Sharma
La rassegna videoludica settimanale si apre con il fronte Xbox. Tutto parte da una cruda realtà economica: gli affari al momento non girano come dovrebbero. La CEO di Xbox, Asha Sharma, ha ammesso candidamente che la divisione sta attraversando un periodo difficile. I motivi sono evidenti.
Da un lato l’infrastruttura hardware è in sofferenza, con Microsoft che arriverebbe a perdere centinaia di dollari per ogni singola console Xbox venduta. Dall’altro, il pilastro dei servizi sta scricchiolando. Dopo il recente aumento di prezzo, il Game Pass ha registrato una fuga di massa, perdendo svariati milioni di abbonati.
Di fronte a questa emorragia, i vertici sono corsi ai ripari. In un memo interno trapelato di recente, Asha Sharma e Matt Booty, capo degli Xbox Game Studios, hanno spiegato la necessità di premere il tasto reset sulla strategia del brand. Secondo un report di Bloomberg, è in arrivo un’ondata di licenziamenti in casa Microsoft prevista per il mese di luglio.
E non finisce qui. Secondo alcuni analisti, l’azienda potrebbe trovarsi costretta a chiudere persino alcuni studi di sviluppo di grande prestigio. La situazione sarebbe talmente in bilico che ai piani alti di Microsoft si starebbero valutando scenari fino a poco tempo fa impensabili. Tra le ipotesi sul tavolo c’è lo scorporo della divisione gaming. O la sua trasformazione in una sussidiaria indipendente.
C’è persino chi, come un ex dirigente PlayStation, si spinge a prevedere la dissoluzione di Xbox. Il brand perderebbe la sua identità hardware per diventare un servizio puro all’interno dell’ecosistema Windows.
Checkpoint: esclusive e strategia, il nuovo corso
In questo clima di incertezza, la strategia sui giochi è diventata il campo di battaglia principale. Matt Booty ha ribadito che le esclusive restano fondamentali per la crescita del marchio. Una linea di pensiero condivisa in pieno dalla CEO Asha Sharma, che pare abbia lottato internamente per mantenere titoli come Halo e Fable esclusive assolute per l’ecosistema Xbox, senza però riuscirci, almeno per adesso.
La promessa di Sharma ai giocatori è stata chiara: se gli affari miglioreranno, torneranno più esclusive. Per i live service si manterrà l’approccio multipiattaforma, mentre per i single player si valuterà caso per caso. Una strategia che ricorda da vicino quanto detto a suo tempo da Phil Spencer.
Inoltre, Xbox starebbe seriamente valutando l’inserimento di pubblicità nel suo ecosistema. L’idea non è quella di piazzare spot pubblicitari dentro i videogiochi, ma piuttosto nell’interfaccia o in altri servizi collaterali.
Nonostante questo bollettino di guerra, c’è una rassicurazione importante: Xbox non ha alcuna intenzione di abbandonare il mercato delle console. I vertici ritengono che il settore sia ancora in salute, ma che vada affrontato con un paradigma nuovo. Asha Sharma ha avvertito che il futuro dell’hardware e dei prezzi richiederà soluzioni radicalmente diverse rispetto al passato. Niente più macchine vendute in perdita.
Tutto questo si concretizzerà nella prossima console, al momento nota con il nome di Project Helix. Microsoft starebbe perseguendo l’obiettivo di creare una macchina estremamente flessibile e conveniente da produrre, per garantire la sopravvivenza e il rilancio del brand.
Elder Scrolls VI nella rassegna settimanale

Proseguiamo con l’elefante nella stanza dell’Xbox Showcase: l’assenza di Elder Scrolls VI. Di fronte alle comprensibili lamentele, i vertici di Microsoft sono intervenuti per gettare acqua sul fuoco, confermando che il gioco procede ma ribadendo che la priorità è dare agli sviluppatori tutto il tempo necessario per creare un’esperienza monumentale. Matt Booty ha fatto sapere di aver visto lo stato attuale dei lavori e che tutto starebbe procedendo molto bene, ma che Bethesda sarà pronta a rivelare nuove informazioni soltanto poco prima dell’uscita del gioco.
Proprio per questo motivo, Microsoft avrebbe espresso internamente la forte volontà di rivedere e snellire i processi produttivi dei suoi studi di punta, con l’obiettivo di rendere nettamente più veloci i cicli di sviluppo di franchise come Fallout, Halo e lo stesso Elder Scrolls. L’idea è ottimizzare i motori grafici e riorganizzare il lavoro dei team per evitare che passi un intero decennio tra un capitolo principale e l’altro.
Checkpoint: Marvel’s Blade e Project Mara nella rassegna

Che fine ha fatto Marvel’s Blade? Secondo quanto ipotizzato da Jeff Grubb nel suo podcast, il progetto affidato a Arkane Lyon potrebbe essere stato cancellato in gran segreto. Tuttavia, lo studio è intervenuto sui social con un messaggio per far capire che il gioco è ancora vivo e che il team ha bisogno dei suoi tempi. Destino diverso per Project Mara, l’ambizioso progetto sperimentale di Ninja Theory che puntava a creare un’esperienza horror fotorealistica basata sul terrore psicologico all’interno di un singolo appartamento. Il team ha ufficialmente staccato la spina, preferendo concentrare le energie su Senua e sui titoli a essa correlati.
Resident Evil Code Veronica si rinnova

Ed eccoci a una delle notizie più attese di questi eventi estivi: il ritorno di Resident Evil Code Veronica con un remake che avrà modifiche sostanziali alla trama originale. La decisione è dettata dalla necessità di svecchiare la narrativa e renderla più in linea con il tono realistico e serioso degli ultimi remake, smussando quegli angoli troppo caricaturali tipici dei videogiochi dei primi anni 2000.
Kingdom Hearts IV sempre più vicino

L’ultimo Nintendo Direct ha confermato che Kingdom Hearts IV esiste e potrebbe essere più vicino del previsto. Mentre Square Enix si trincera dietro il classico “ci stiamo lavorando”, alcuni rivenditori avrebbero iniziato ad aggiornare i propri database interni con una finestra di lancio più ravvicinata rispetto a quanto preventivato. Questo fermento nel dietro le quinte del mercato retail suggerisce che la nuova epopea targata Disney e Square Enix potrebbe arrivare sugli scaffali nel corso del 2027.
Italian Videogame Awards 2026 nella rassegna settimanale

Spostiamoci in Italia per celebrare le eccellenze dello sviluppo nostrano. La scena italiana ha celebrato i suoi talenti agli Italian Videogame Awards 2026. La statuetta più ambita, quella di Best Italian Game, è andata a Enotria: The Last Song di Jyamma Games, un traguardo importante per il team di sviluppo che ha visto riconosciuti gli sforzi creativi e tecnici per confezionare un prodotto capace di spiccare non solo in patria ma anche su un mercato sempre più affollato e competitivo. A Avantgarden è andato il premio Outstanding Art e Outstanding Audio, mentre a Dino Pachi Trail è andato il Best Italian Game per la categoria emergenti, e a Horses il premio Outstanding Experience. Enotria: The Last Song si è portato a casa anche il premio Community Spotlight.
I giochi PlayStation Plus di giugno

Ecco l’elenco dei giochi che si uniranno al catalogo PlayStation Plus Extra e Premium questo mese: Destiny 2 Legacy Collection (già disponibile), Final Fantasy XVI, Sonic X Shadow Generations, Kingdom Come Deliverance, Life Is Strange Double Exposure, Farming Simulator 25, Blades of Fire e Black Desert. Solo per gli utenti Premium arriva anche Glitter Human.
Si chiude qui Checkpoint, la rassegna videoludica settimanale. Xbox affronta una fase di profonda trasformazione, Capcom riporta in vita Resident Evil Code Veronica, Square Enix scalda i motori per Kingdom Hearts IV e l’Italia del videogioco celebra i suoi talenti. Noi, come sempre, continueremo a seguirli per voi.
News
Saros PS5: Housemarque introduce la modalità foto
Scatta e condividi la tua avventura con la Modalità Foto SAROS PS5. Controlli telecamera, profondità di campo, illuminazione e filtri.
SAROS INTRODUCE LA MODALITÀ FOTO, OFFRENDO AI GIOCATORI NUOVI MODI PER CATTURARE E CONDIVIDERE LA PROPRIA AVVENTURA
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Housemarque introduce, oggi, la Modalità Foto in SAROS! Questa modalità offre ai giocatori una serie di strumenti creativi per immortalare e condividere momenti straordinari della loro esperienza con l’acclamato gioco per PlayStation® 5.
Con la Modalità Foto, i giocatori possono mettere in pausa l’azione e realizzare scatti cinematografici utilizzando una vasta gamma di opzioni per la telecamera, l’obiettivo, l’illuminazione, il colore e l’inquadratura. Che si tratti di mettere in risalto intensi scontri in combattimento, ambienti ricchi d’atmosfera o le pause di riflessione dei personaggi, la Modalità Foto è progettata per dare ai giocatori un maggiore controllo su come catturano e condividono il mondo di SAROS.
Le caratteristiche principali della Modalità Foto includono:
● Controlli liberi della telecamera per regolazioni di posizionamento, inquadratura e angolazione;
● Impostazioni dell’obiettivo e della profondità di campo per creare composizioni cinematografiche;
● Esposizione, contrasto, saturazione e altri strumenti di regolazione dell’immagine;
● Filtri, cornici ed effetti visivi per aggiungere stile e personalizzazione;
● Controlli dell’illuminazione per esaltare il tono, la messa a fuoco e l’atmosfera;
● Opzioni per nascondere il personaggio giocante e/o gli elementi dell’interfaccia utente (UI) per catturare solo gli elementi desiderati;
● Acquisizione e condivisione semplificata di screenshot tramite PS5®.
Siamo impazienti di scoprire in che modo la community sfrutterà questi nuovi strumenti per immortalare e condividere la bellezza, i dettagli e le sfide che caratterizzano l’universo di SAROS.
Sony Interactive Entertainment
Leader mondiale nel settore dell’intrattenimento digitale e interattivo, Sony Interactive Entertainment (SIE) è responsabile del marchio PlayStation® e della linea di prodotti e servizi a esso associati. PlayStation porta innovazione nel mercato sin dal 1994, data di lancio della PlayStation originale in Giappone. La famiglia di prodotti e servizi PlayStation include PlayStation®5, PlayStation®4, PlayStation®VR, PlayStation™Store, PlayStation®Plus, PlayStation™Video, PlayStation™Music, PlayStation™Now e gli acclamati giochi PlayStation dei PlayStation Studios. SIE è una filiale di esclusiva proprietà Sony Corporation con sede a San Mateo in California e svolge attività a livello mondiale tra California, Londra e Tokyo.
*Ringraziamo gli uffici stampa Play Station per la condivisione del comunicato di cui sopra
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